Prendendo come oggetto di studio la teoria dell’oggetto di Meinong, il saggio esamina alcune questioni molto discusse nell’ambito dell’ontologia contemporanea e specialmente dell’ontologia dell’arte: (i) che tipo di esistenza o di essere spetta agli oggetti finzionali? (ii) che tipo di oggetti sono gli oggetti finzionali estetici? (iii) che cosa rende un oggetto finzionale un oggetto estetico? La risposta a queste domande viene fornita attraverso l’esame non soltanto delle teorie di Meinong, ma delle sue polemiche con Theodor Lipps e Stephan Witasek. Lipps sosteneva il seguente punto di vista: un oggetto finzionale come il Mefistofele del Faust non è mai esistito e non ha pertanto potuto pronunciare le frasi che Goethe gli fa dire; d’altra parte, noi possiamo discutere su ciò che egli ha detto e fatto; ne deriva che, una volta che è stato chiamato all’esistenza da Goethe, Mefistofele possiede uno specifico tipo di realtà, che Lipps denomina “estetica”. Meinong accetta le premesse, ma non la conclusione del ragionamento di Lipps: c’è una sola realtà, dice, quella del mondo empirico, di cui Mefistofele non fa parte, a questi, come ad ogni oggetto finzionale spetta un tipo di essere al di fuori dello spazio e del tempo. Ciò lo porta a ripensare l’attività dell’artista: se dal punto di vista soggettivo l’artista crea l’opera, dal punto di vista dell’oggetto egli non fa che sceglierla dall’universo del possibile – ben esemplificato nella biblioteca di Babele di Borges. Quanto alla seconda questione, Meinong sostiene che relativamente ai testi letterari, i veri oggetti finzionali estetici sono gli obbiettivi – termine che egli usa per gli stati di cose –, i quali vengono appresi da assunzioni, ossia da pensieri che non hanno la medesima pretesa di verità dei giudizi. Quando leggiamo un romanzo, assumiamo che le cose stiano nel modo in cui le narra la storia, ma non è affatto richiesto che noi crediamo all’esistenza dei personaggi e dei fatti narrati. Tuttavia, secondo il punto di vista intenzionalistico assunto da Meinong, ogni pensiero, quindi anche ogni assunzione, è rivolta a un oggetto e l’oggetto specifico dei pensieri sono appunti gli obbiettivi o stati di cose. Tale tesi è contestata da Witasek, il quale ritiene che i veri oggetti estetici non siano gli obbiettivi, ma che questi siano piuttosto “mediatori” di oggetti estetici: se gli oggetti estetici sono portatori di bellezza e sono anche ciò verso cui è diretto il nostro sentimento di piacere o dispiacere, allora è soprattutto agli oggetti delle rappresentazioni che spetta un simile rango. In tale contesto viene discussa anche la questione – ritornata attuale – sullo status dei sentimenti suscitati dalla lettura di testi letterari: si tratta di veri sentimenti (come sostiene Meinong) oppure di sentimenti fantastici, o quasi-sentimenti (come sostiene Witasek)? La risposta alla terza domanda implica una concezione sullo status ontologico degli oggetti finzionali come oggetti complessi di ordine superiore, ottenuti attraverso la combinazione di materiale (proprietà) desunto dall’esperienza. Pertanto, l’oggetto finzionale estetico possiede delle proprietà di secondo ordine (bellezza, armonia, ecc.), non descrittive dell’oggetto, ma che presuppongono un “substratum”, ossia l’oggetto con tutte le sue proprietà, rispetto al quale è non-indipendente; anzi, una variazione delle proprietà del substratum può comportare, ad esempio, che un oggetto da bello diventi brutto.

Fictional and Aesthetic Objects. Meinong’s Point of View

RASPA, VENANZIO
2013

Abstract

Prendendo come oggetto di studio la teoria dell’oggetto di Meinong, il saggio esamina alcune questioni molto discusse nell’ambito dell’ontologia contemporanea e specialmente dell’ontologia dell’arte: (i) che tipo di esistenza o di essere spetta agli oggetti finzionali? (ii) che tipo di oggetti sono gli oggetti finzionali estetici? (iii) che cosa rende un oggetto finzionale un oggetto estetico? La risposta a queste domande viene fornita attraverso l’esame non soltanto delle teorie di Meinong, ma delle sue polemiche con Theodor Lipps e Stephan Witasek. Lipps sosteneva il seguente punto di vista: un oggetto finzionale come il Mefistofele del Faust non è mai esistito e non ha pertanto potuto pronunciare le frasi che Goethe gli fa dire; d’altra parte, noi possiamo discutere su ciò che egli ha detto e fatto; ne deriva che, una volta che è stato chiamato all’esistenza da Goethe, Mefistofele possiede uno specifico tipo di realtà, che Lipps denomina “estetica”. Meinong accetta le premesse, ma non la conclusione del ragionamento di Lipps: c’è una sola realtà, dice, quella del mondo empirico, di cui Mefistofele non fa parte, a questi, come ad ogni oggetto finzionale spetta un tipo di essere al di fuori dello spazio e del tempo. Ciò lo porta a ripensare l’attività dell’artista: se dal punto di vista soggettivo l’artista crea l’opera, dal punto di vista dell’oggetto egli non fa che sceglierla dall’universo del possibile – ben esemplificato nella biblioteca di Babele di Borges. Quanto alla seconda questione, Meinong sostiene che relativamente ai testi letterari, i veri oggetti finzionali estetici sono gli obbiettivi – termine che egli usa per gli stati di cose –, i quali vengono appresi da assunzioni, ossia da pensieri che non hanno la medesima pretesa di verità dei giudizi. Quando leggiamo un romanzo, assumiamo che le cose stiano nel modo in cui le narra la storia, ma non è affatto richiesto che noi crediamo all’esistenza dei personaggi e dei fatti narrati. Tuttavia, secondo il punto di vista intenzionalistico assunto da Meinong, ogni pensiero, quindi anche ogni assunzione, è rivolta a un oggetto e l’oggetto specifico dei pensieri sono appunti gli obbiettivi o stati di cose. Tale tesi è contestata da Witasek, il quale ritiene che i veri oggetti estetici non siano gli obbiettivi, ma che questi siano piuttosto “mediatori” di oggetti estetici: se gli oggetti estetici sono portatori di bellezza e sono anche ciò verso cui è diretto il nostro sentimento di piacere o dispiacere, allora è soprattutto agli oggetti delle rappresentazioni che spetta un simile rango. In tale contesto viene discussa anche la questione – ritornata attuale – sullo status dei sentimenti suscitati dalla lettura di testi letterari: si tratta di veri sentimenti (come sostiene Meinong) oppure di sentimenti fantastici, o quasi-sentimenti (come sostiene Witasek)? La risposta alla terza domanda implica una concezione sullo status ontologico degli oggetti finzionali come oggetti complessi di ordine superiore, ottenuti attraverso la combinazione di materiale (proprietà) desunto dall’esperienza. Pertanto, l’oggetto finzionale estetico possiede delle proprietà di secondo ordine (bellezza, armonia, ecc.), non descrittive dell’oggetto, ma che presuppongono un “substratum”, ossia l’oggetto con tutte le sue proprietà, rispetto al quale è non-indipendente; anzi, una variazione delle proprietà del substratum può comportare, ad esempio, che un oggetto da bello diventi brutto.
978-311032753-3
3938793121
978-311032728-1
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11576/1893026
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