Interrogandosi sulla radicale trasformazione delle fonti del diritto, non più rinvenibili soltanto nella normatività testuale elaborata da specialisti della cultura giuridica entro i confini del sistema giuridico, nonché sulle potenzialità teoretiche della prospettiva L&L e meglio ancora di Law and Humanities, l’argomento proposto intende offrire un contributo alla comprensione delle evoluzioni contemporanee del fenomeno giuridico, prendendo in analisi non tanto una fonte di “contaminazione” tra quelle attuali del diritto, ma tentando di risalire alle forme espressive originarie del diritto, nella cultura greca, in un percorso segnato dal forte nesso tra il canto musaico e l’arte di governare e legiferare. Lo sforzo è di contestualizzare il fatto dell’elaborazione del diritto come sistema tendenzialmente chiuso e autoreferentesi nei propri termini, ovvero quale processo tipico della modernità che, evidentemente, non ha risposto alla complessità sociale crescente della contemporaneità. In tal senso può essere svolta una ricerca che a contrario ricostruisca i segni della commistione delle forme espressive della normatività in altri tempi. E consentire nuove ipotesi sui “testi normativi” in grado di supportare soluzioni funzionali ai con-testi della relazione. Nello specifico, l’ipotesi è che la mousiké potrebbe essere stata in origine il principale “testo” di influenza del comportamento individuale. Concretizzandosi come veicolo di una forza magica benefica in grado di mettere in relazione le varie dimensioni dell'esistenza – religione, credenze, potere, autorità, norme, conoscenza, medicina, cura – e rispondere agli imperativi funzionali dell’equilibrio sociale necessario alla sopravvivenza, quando ancora la cultura è prevalentemente caratterizzata dall’oralità e il diritto è indistinguibile dalla dimensione magico-religiosa. Potrebbero esserne la traccia alcune fonti poetiche che si soffermano sul canto ispirato dalle muse come la qualità più importante di un sovrano ideale, o altre tradizioni che informano sulla consuetudine diffusa dei legislatori di farsi istruire da poeti, o di cantare le leggi. Dalla sua, l’analogia tra “nomoi giuridici” e “nomoi musicali”, impressa nell’etimologia del termine “nomos”, testimonierebbe la complicità dei due ambiti. Ne resta tuttavia soltanto il ricordo con cui si confrontano le testimonianze dirette dell’età arcaica e tardo-antiche che guardano al passato delle origini. Osservandole nel loro insieme, vi si scoprono una serie di rimandi interni che tracciano un continuum nel ricondurre l’arte della legislazione propria dell’età arcaica alla sapienza poetica, rappresentando più di un tassello a conforto della plausibilità dell’ipotesi che ci sia esistito un tempo in cui il mondo era mousiké. Questa memoria costituisce l’oggetto principale del presente contributo.

L’arte poetica della legislazione

MITTICA, MARIA PAOLA
2014-01-01

Abstract

Interrogandosi sulla radicale trasformazione delle fonti del diritto, non più rinvenibili soltanto nella normatività testuale elaborata da specialisti della cultura giuridica entro i confini del sistema giuridico, nonché sulle potenzialità teoretiche della prospettiva L&L e meglio ancora di Law and Humanities, l’argomento proposto intende offrire un contributo alla comprensione delle evoluzioni contemporanee del fenomeno giuridico, prendendo in analisi non tanto una fonte di “contaminazione” tra quelle attuali del diritto, ma tentando di risalire alle forme espressive originarie del diritto, nella cultura greca, in un percorso segnato dal forte nesso tra il canto musaico e l’arte di governare e legiferare. Lo sforzo è di contestualizzare il fatto dell’elaborazione del diritto come sistema tendenzialmente chiuso e autoreferentesi nei propri termini, ovvero quale processo tipico della modernità che, evidentemente, non ha risposto alla complessità sociale crescente della contemporaneità. In tal senso può essere svolta una ricerca che a contrario ricostruisca i segni della commistione delle forme espressive della normatività in altri tempi. E consentire nuove ipotesi sui “testi normativi” in grado di supportare soluzioni funzionali ai con-testi della relazione. Nello specifico, l’ipotesi è che la mousiké potrebbe essere stata in origine il principale “testo” di influenza del comportamento individuale. Concretizzandosi come veicolo di una forza magica benefica in grado di mettere in relazione le varie dimensioni dell'esistenza – religione, credenze, potere, autorità, norme, conoscenza, medicina, cura – e rispondere agli imperativi funzionali dell’equilibrio sociale necessario alla sopravvivenza, quando ancora la cultura è prevalentemente caratterizzata dall’oralità e il diritto è indistinguibile dalla dimensione magico-religiosa. Potrebbero esserne la traccia alcune fonti poetiche che si soffermano sul canto ispirato dalle muse come la qualità più importante di un sovrano ideale, o altre tradizioni che informano sulla consuetudine diffusa dei legislatori di farsi istruire da poeti, o di cantare le leggi. Dalla sua, l’analogia tra “nomoi giuridici” e “nomoi musicali”, impressa nell’etimologia del termine “nomos”, testimonierebbe la complicità dei due ambiti. Ne resta tuttavia soltanto il ricordo con cui si confrontano le testimonianze dirette dell’età arcaica e tardo-antiche che guardano al passato delle origini. Osservandole nel loro insieme, vi si scoprono una serie di rimandi interni che tracciano un continuum nel ricondurre l’arte della legislazione propria dell’età arcaica alla sapienza poetica, rappresentando più di un tassello a conforto della plausibilità dell’ipotesi che ci sia esistito un tempo in cui il mondo era mousiké. Questa memoria costituisce l’oggetto principale del presente contributo.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2612211
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