Italo Mancini's "Ethos of the West" is a "baroque" work in the sense, now fully re-evaluated by critics, of the complexity and interweaving, of the juxtaposition of apparently contrary or at least very different terms which, in the (unprecedented, or merely neglected?) relationship, find a gain in meaning. As in the Baroque, the complex and apparently centrifugal movement of Mancini's thought acquires, in the end, a unitary telos, a unity of meaning, enriched by the contribution of the multiple paths that, through escapes and interlacements, digress and converge. Therefore, an intense systematicity, but without the rigidity of the system, which ends up excluding. The theoretical aim that Mancini declares he wishes to pursue is to trace and well ground the "moral root of law", that is, the elaboration of a philosophy of law. The result it obtains, certainly not against but precisely in achieving the declared result, is much broader and is summed up in a political philosophy that presents itself as a philosophy of the people. And the second is the intensively prevalent one, since the people is here called to be the place and the genetic subject of politics and also of law in its ethical root. L’Ethos dell’Occidente di Italo Mancini è un opera “barocca” nel senso, ormai pienamente rivalutato dalla critica, della complessità e dell’intreccio, dell’accostamento di termini in apparenza contrari o almeno assai diversi che, nella (inedita, o solamente fin ora trascurata?) relazione, trovano un “di più” di senso. E come nel barocco il movimento complesso, e all’apparenza centrifugo, acquisisce, alla fine, un telos unitario, una unità di significato, reso ancor più ricco dal contributo dei molteplici percorsi. Dunque, una intensa sistematicità, senza però la rigidità del sistema, che per concludere deve escludere. Va detto che lo scopo teoretico che Mancini dichiara di volere perseguire nell’Ethos dell’Occidente è quello di rintracciare e ben fondare quella che lui stesso chiama la «radice morale del diritto», ossia l’elaborazione di una filosofia giuridica. Il risultato che a mio giudizio attinge, certo non contro ma proprio nel raggiungimento di quello dichiarato, è ben più ampio, e si solidifica in una filosofia politica che si presenta come filosofia del popolo. E delle due quella intensivamente prevalente è la seconda, in quanto il popolo è qui chiamato ad essere il luogo e il soggetto genetico del diritto nella sua radice morale. Tutto ciò compare già nel titolo, e precisamente nel concetto di ethos. Mancini non l’ha scelto a caso, o nel suo senso più semplificato e per questo più usato, ma proprio a partire dalla sua strutturale polisemanticità genetica. Fondamentale e orientatrice è, in questo senso, lalapidaria espressione di Platone, τὸ πᾶν ἦθος διὰ ἔθους (Leg. VII, 792e), ovvero tutto il “carattere morale” proviene, sorge, deriva dall’“abitudine”. Come dire che ciò che chiamiamo eticità, ossia l’orientamento valoriale della persona agente, la capacità di distinguere fra bene e male, fra giusto e ingiusto, e di improntare la propria azione sulla base di questa fondamentale discriminazione, non ha la sua origine nei mondi della meditata riflessione, non è primariamente frutto di una sottile indagine della ragione, ma dell’intreccio, vissuto e concreto, dell’esperienza, e dunque frutto della storia a cui la persona appartiene, delle tradizioni in cui è cresciuta, dei costumi che, venendo al mondo, si è trovata ad “indossare”. In sintesi, è frutto della “dimora” in cui la persona conduce la propria esistenza; la dimora, però, non è semplicemente, o meglio riduttivamente, la sola “casa”, la dimora è dimensione pubblica, e “patria” è il concetto che meglio l’esprime. Credo che il concetto di patria possa costituire una chiave teoretica per comprendere l’intero della complessità barocca del libro e, soprattutto, il doppio risultato che il libro raggiunge: come si diceva una teoria del diritto e una teoria del popolo. Il concetto di patria è, nel suo “senso qualitativo”, assai stratificato; di esso fanno parte la lingua e il paesaggio, la letteratura e il clima, ma anche le tradizioni e le usanze, la storia e i suoi eroi esemplari, la politica e i suoi miti fondativi, la religione e lesue dotazioni ultime di significato, ovvero tutto ciò che è racchiuso nella categoria di “popolo”. Tutto questo ricco e complesso e,a volte, contraddittorio contenuto trova, poi, anche una particolare emersione o solidificazione riepilogativa nelle istituzioni e nelle leggi, ossia si presenta anche come polis e nomos. Dentro questo contesto dobbiamo quindi comprendere, in buona sintesi, l’appello all’eticità, come appello al popolo, alla sua storia e alle sue istituzioni giuridiche.

Introduzione

CANGIOTTI, MARCO
2015-01-01

Abstract

Italo Mancini's "Ethos of the West" is a "baroque" work in the sense, now fully re-evaluated by critics, of the complexity and interweaving, of the juxtaposition of apparently contrary or at least very different terms which, in the (unprecedented, or merely neglected?) relationship, find a gain in meaning. As in the Baroque, the complex and apparently centrifugal movement of Mancini's thought acquires, in the end, a unitary telos, a unity of meaning, enriched by the contribution of the multiple paths that, through escapes and interlacements, digress and converge. Therefore, an intense systematicity, but without the rigidity of the system, which ends up excluding. The theoretical aim that Mancini declares he wishes to pursue is to trace and well ground the "moral root of law", that is, the elaboration of a philosophy of law. The result it obtains, certainly not against but precisely in achieving the declared result, is much broader and is summed up in a political philosophy that presents itself as a philosophy of the people. And the second is the intensively prevalent one, since the people is here called to be the place and the genetic subject of politics and also of law in its ethical root. L’Ethos dell’Occidente di Italo Mancini è un opera “barocca” nel senso, ormai pienamente rivalutato dalla critica, della complessità e dell’intreccio, dell’accostamento di termini in apparenza contrari o almeno assai diversi che, nella (inedita, o solamente fin ora trascurata?) relazione, trovano un “di più” di senso. E come nel barocco il movimento complesso, e all’apparenza centrifugo, acquisisce, alla fine, un telos unitario, una unità di significato, reso ancor più ricco dal contributo dei molteplici percorsi. Dunque, una intensa sistematicità, senza però la rigidità del sistema, che per concludere deve escludere. Va detto che lo scopo teoretico che Mancini dichiara di volere perseguire nell’Ethos dell’Occidente è quello di rintracciare e ben fondare quella che lui stesso chiama la «radice morale del diritto», ossia l’elaborazione di una filosofia giuridica. Il risultato che a mio giudizio attinge, certo non contro ma proprio nel raggiungimento di quello dichiarato, è ben più ampio, e si solidifica in una filosofia politica che si presenta come filosofia del popolo. E delle due quella intensivamente prevalente è la seconda, in quanto il popolo è qui chiamato ad essere il luogo e il soggetto genetico del diritto nella sua radice morale. Tutto ciò compare già nel titolo, e precisamente nel concetto di ethos. Mancini non l’ha scelto a caso, o nel suo senso più semplificato e per questo più usato, ma proprio a partire dalla sua strutturale polisemanticità genetica. Fondamentale e orientatrice è, in questo senso, lalapidaria espressione di Platone, τὸ πᾶν ἦθος διὰ ἔθους (Leg. VII, 792e), ovvero tutto il “carattere morale” proviene, sorge, deriva dall’“abitudine”. Come dire che ciò che chiamiamo eticità, ossia l’orientamento valoriale della persona agente, la capacità di distinguere fra bene e male, fra giusto e ingiusto, e di improntare la propria azione sulla base di questa fondamentale discriminazione, non ha la sua origine nei mondi della meditata riflessione, non è primariamente frutto di una sottile indagine della ragione, ma dell’intreccio, vissuto e concreto, dell’esperienza, e dunque frutto della storia a cui la persona appartiene, delle tradizioni in cui è cresciuta, dei costumi che, venendo al mondo, si è trovata ad “indossare”. In sintesi, è frutto della “dimora” in cui la persona conduce la propria esistenza; la dimora, però, non è semplicemente, o meglio riduttivamente, la sola “casa”, la dimora è dimensione pubblica, e “patria” è il concetto che meglio l’esprime. Credo che il concetto di patria possa costituire una chiave teoretica per comprendere l’intero della complessità barocca del libro e, soprattutto, il doppio risultato che il libro raggiunge: come si diceva una teoria del diritto e una teoria del popolo. Il concetto di patria è, nel suo “senso qualitativo”, assai stratificato; di esso fanno parte la lingua e il paesaggio, la letteratura e il clima, ma anche le tradizioni e le usanze, la storia e i suoi eroi esemplari, la politica e i suoi miti fondativi, la religione e lesue dotazioni ultime di significato, ovvero tutto ciò che è racchiuso nella categoria di “popolo”. Tutto questo ricco e complesso e,a volte, contraddittorio contenuto trova, poi, anche una particolare emersione o solidificazione riepilogativa nelle istituzioni e nelle leggi, ossia si presenta anche come polis e nomos. Dentro questo contesto dobbiamo quindi comprendere, in buona sintesi, l’appello all’eticità, come appello al popolo, alla sua storia e alle sue istituzioni giuridiche.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2627093
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