Le opere di Giuseppe Capogrossi alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Indagini sulle tecniche esecutive e sulle problematiche di pulitura nelle opere moderne Il progetto di ricerca, nato dalla collaborazione fra l’Università degli studi di Urbino e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, è stato incentrato sulla conservazione, restauro e analisi dei materiali costitutivi e delle tecniche esecutive di Giuseppe Capogrossi, artista noto per essere stato tra i primi a rivoluzionare il linguaggio artistico italiano del secondo dopoguerra, attraverso l’invenzione di un ideogramma che fin dalla sua prima comparsa, lo ha contraddistinto e reso famoso. Per lo studio sono stati selezionati tre dipinti su tela appartenenti al periodo non figurativo dell’artista, inerenti a un arco di tempo che va dalla fine degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta: la Superficie 207 del 1957, la Superficie 538 del 1961 e la Superficie 553 del 1965 Il progetto si è avvalso della collaborazione di istituzioni all’avanguardia nel campo della ricerca di beni culturali, fra cui il Dipartimento di Scienze Pure e Applicate dell’Università di Urbino, il Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma, il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università degli Studi di Pisa, l’Istituto di Cristallografia del CNR di Roma e l’Istituto per i Sistemi Biologici ISB-CNR del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Roma. Le numerose indagini scientifiche effettuate sono state in parte finanziate dal nodo italiano della infrastruttura di ricerca E-RIHS (European Research Infrastructure for Heritage Science) con il supporto finanziario del MIUR, che ha offerto la possibilità di accedere alle strumentazioni del MOLAB e alle relative competenze tecnico-scientifiche (il progetto di ricerca è risultato vincitore della call di accesso ai laboratori MO-LAB e FIXLAB del 2017, www.erihs.it). Le tre opere sono state oggetto di un’attenta analisi conoscitiva effettuata mediante indagini di tipo visivo a cui sono state aggiunte numerose indagini di tipo scientifico (FTIR, XRF, indagini Multispettrali, Microscopia Ottica ed elettronica accoppiata a microanalisi EDS, Py-GC/MS, GC/MS, NMR). Attraverso diversi confronti tecnici, incrociando i dati emersi dalle varie indagini e contestualizzando le informazioni emerse attraverso uno studio sulle fonti del periodo e sulla documentazione propria dell’artista conservata presso gli archivi della Galleria Nazionale e presso la Fondazione Archivio Capogrossi, è stato possibile delineare in maniera esaustiva il modus operandi proprio dell’artista, durante la fase più sperimentale di tutta la sua produzione artistica. Delle tre opere, la Superfice 207 del 1957, è risultata essere la più innovativa dal punto di vista dei materiali costitutivi: dalle indagini scientifiche (Py-Gc/MS) è infatti emerso l’uso del legante acrilico, medium che in Italia, secondo quanto attestato dalle fonti, entrò in commercio soltanto a partire dai primi anni Sessanta. Il dipinto inoltre, è stato scelto per la varietà di campiture cromatiche proposte dall’artista, permettendo così di determinare i principali pigmenti prediletti da Capogrossi, come il blu ceruleo, le terre e le ocre per i colori caldi, il giallo di cadmio, il verde di cromo e il viridan, il violletto di cobalto ecc., ognuno schiarito mediante l’aggiunta di Bianco di Zinco. Per questa opera inoltre, l’artista si servì di una tela già precedentemente dipinta che decise di ricoprire stendendo uno nuovo strato preparatorio a base di Bianco di Titanio. La più complessa dal punto di vista tecnico, è invece la Superficie 538 del 1961, particolarmente interessante per i contrasti cromatici ottenuti mediante l’accostamento di campiture lucide e campiture opache. L’opera mette in evidenza il filo conduttore tra la produzione figurativa e quella non figurativa dell’artista, ovvero la ricerca luministica. Capogrossi mantenne infatti inalterati gli intenti della sua arte adattandola in base alle nuove esigenze. Dall’osservazione dell’opera sono state determinate quattro diverse campiture nere applicate in base a loro diverso grado di brillantezza. È probabile che per opacizzare i colori egli si sia servito di cera o di allumina pura, mentre per renderli più brillanti, abbia utilizzato una miscela di oli siccativi e semi-siccativi. L’opera più tarda e meno complessa dal punto di vista tecnico è invece la Superficie 553 del 1965. Essa rappresenta l’inizio del periodo maturo della fase non figurativa di Capogrossi, caratterizzato da ideogrammi di grandi dimensioni e da minimalismo cromatico. Il dipinto in questione, che si presentava in uno stato di conservazione critico, è stato sottoposto nel 2019 a un complesso intervento di restauro eseguito da Paola Carnazza, Daphne De Luca ed Eleonora Maniccia. Il restauro è stato incentrato prevalentemente sulle operazioni di pulitura che hanno consentito la rimozione dello sporco di deposito adeso alla superficie pittorica, mediante l’ambiente acquoso (in particolare sono state impiegate soluzioni tampone a pH e conducibilità impostati in base alle caratteristiche della superficie). La pulitura ha previsto l’utilizzo di metodologie di applicazione innovative, frutto di studi e ricerche nell’ambito del restauro di dipinti moderni e contemporanei messi a punto recentemente da Richard Wolbers e Paolo Cremonesi, chimici dei beni culturali di fama mondiale. I test di pulitura sono stati supportati da indagini scientifiche di controllo (NMR unilaterale, FTIR) per determinare il grado di penetrazione del mezzo applicato e l’eventuale rilascio di residui sulla superficie pittorica, consentendo di scegliere la modalità applicativa più adatta alla superficie in totale sicurezza per l’opera. Il restauro della Superficie 553 riaccende i riflettori sulle note problematiche della pulitura delle opere moderne, la cui vulnerabilità richiede da parte del restauratore, un approccio pluridisciplinare, una profonda conoscenza della storia delle tecniche artistiche e l’uso di metodologie all’avanguardia.

Le opere di Giuseppe Capogrossi. Indagini, studi e restauri

Daphne De Luca;Laura Baratin
2021-01-01

Abstract

Le opere di Giuseppe Capogrossi alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Indagini sulle tecniche esecutive e sulle problematiche di pulitura nelle opere moderne Il progetto di ricerca, nato dalla collaborazione fra l’Università degli studi di Urbino e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, è stato incentrato sulla conservazione, restauro e analisi dei materiali costitutivi e delle tecniche esecutive di Giuseppe Capogrossi, artista noto per essere stato tra i primi a rivoluzionare il linguaggio artistico italiano del secondo dopoguerra, attraverso l’invenzione di un ideogramma che fin dalla sua prima comparsa, lo ha contraddistinto e reso famoso. Per lo studio sono stati selezionati tre dipinti su tela appartenenti al periodo non figurativo dell’artista, inerenti a un arco di tempo che va dalla fine degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta: la Superficie 207 del 1957, la Superficie 538 del 1961 e la Superficie 553 del 1965 Il progetto si è avvalso della collaborazione di istituzioni all’avanguardia nel campo della ricerca di beni culturali, fra cui il Dipartimento di Scienze Pure e Applicate dell’Università di Urbino, il Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma, il Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università degli Studi di Pisa, l’Istituto di Cristallografia del CNR di Roma e l’Istituto per i Sistemi Biologici ISB-CNR del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Roma. Le numerose indagini scientifiche effettuate sono state in parte finanziate dal nodo italiano della infrastruttura di ricerca E-RIHS (European Research Infrastructure for Heritage Science) con il supporto finanziario del MIUR, che ha offerto la possibilità di accedere alle strumentazioni del MOLAB e alle relative competenze tecnico-scientifiche (il progetto di ricerca è risultato vincitore della call di accesso ai laboratori MO-LAB e FIXLAB del 2017, www.erihs.it). Le tre opere sono state oggetto di un’attenta analisi conoscitiva effettuata mediante indagini di tipo visivo a cui sono state aggiunte numerose indagini di tipo scientifico (FTIR, XRF, indagini Multispettrali, Microscopia Ottica ed elettronica accoppiata a microanalisi EDS, Py-GC/MS, GC/MS, NMR). Attraverso diversi confronti tecnici, incrociando i dati emersi dalle varie indagini e contestualizzando le informazioni emerse attraverso uno studio sulle fonti del periodo e sulla documentazione propria dell’artista conservata presso gli archivi della Galleria Nazionale e presso la Fondazione Archivio Capogrossi, è stato possibile delineare in maniera esaustiva il modus operandi proprio dell’artista, durante la fase più sperimentale di tutta la sua produzione artistica. Delle tre opere, la Superfice 207 del 1957, è risultata essere la più innovativa dal punto di vista dei materiali costitutivi: dalle indagini scientifiche (Py-Gc/MS) è infatti emerso l’uso del legante acrilico, medium che in Italia, secondo quanto attestato dalle fonti, entrò in commercio soltanto a partire dai primi anni Sessanta. Il dipinto inoltre, è stato scelto per la varietà di campiture cromatiche proposte dall’artista, permettendo così di determinare i principali pigmenti prediletti da Capogrossi, come il blu ceruleo, le terre e le ocre per i colori caldi, il giallo di cadmio, il verde di cromo e il viridan, il violletto di cobalto ecc., ognuno schiarito mediante l’aggiunta di Bianco di Zinco. Per questa opera inoltre, l’artista si servì di una tela già precedentemente dipinta che decise di ricoprire stendendo uno nuovo strato preparatorio a base di Bianco di Titanio. La più complessa dal punto di vista tecnico, è invece la Superficie 538 del 1961, particolarmente interessante per i contrasti cromatici ottenuti mediante l’accostamento di campiture lucide e campiture opache. L’opera mette in evidenza il filo conduttore tra la produzione figurativa e quella non figurativa dell’artista, ovvero la ricerca luministica. Capogrossi mantenne infatti inalterati gli intenti della sua arte adattandola in base alle nuove esigenze. Dall’osservazione dell’opera sono state determinate quattro diverse campiture nere applicate in base a loro diverso grado di brillantezza. È probabile che per opacizzare i colori egli si sia servito di cera o di allumina pura, mentre per renderli più brillanti, abbia utilizzato una miscela di oli siccativi e semi-siccativi. L’opera più tarda e meno complessa dal punto di vista tecnico è invece la Superficie 553 del 1965. Essa rappresenta l’inizio del periodo maturo della fase non figurativa di Capogrossi, caratterizzato da ideogrammi di grandi dimensioni e da minimalismo cromatico. Il dipinto in questione, che si presentava in uno stato di conservazione critico, è stato sottoposto nel 2019 a un complesso intervento di restauro eseguito da Paola Carnazza, Daphne De Luca ed Eleonora Maniccia. Il restauro è stato incentrato prevalentemente sulle operazioni di pulitura che hanno consentito la rimozione dello sporco di deposito adeso alla superficie pittorica, mediante l’ambiente acquoso (in particolare sono state impiegate soluzioni tampone a pH e conducibilità impostati in base alle caratteristiche della superficie). La pulitura ha previsto l’utilizzo di metodologie di applicazione innovative, frutto di studi e ricerche nell’ambito del restauro di dipinti moderni e contemporanei messi a punto recentemente da Richard Wolbers e Paolo Cremonesi, chimici dei beni culturali di fama mondiale. I test di pulitura sono stati supportati da indagini scientifiche di controllo (NMR unilaterale, FTIR) per determinare il grado di penetrazione del mezzo applicato e l’eventuale rilascio di residui sulla superficie pittorica, consentendo di scegliere la modalità applicativa più adatta alla superficie in totale sicurezza per l’opera. Il restauro della Superficie 553 riaccende i riflettori sulle note problematiche della pulitura delle opere moderne, la cui vulnerabilità richiede da parte del restauratore, un approccio pluridisciplinare, una profonda conoscenza della storia delle tecniche artistiche e l’uso di metodologie all’avanguardia.
9788892951273
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2699631
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