Il contributo analizza Pong (1998) di Sibylle Lewitscharoff come uno dei testi fondativi della poetica dell'autrice, interpretandolo non come semplice rappresentazione della follia, bensì come dispositivo metatestuale che mette in scena l'irriducibile complessità del reale e della scrittura. Muovendo dal rapporto con le Denkwürdigkeiten eines Nervenkranken di Daniel Paul Schreber, il saggio mostra come il romanzo trasformi la malattia mentale in un principio conoscitivo e formale, costruendo un organismo narrativo in cui citazione, riscrittura, parodia e memoria culturale confluiscono in un'unica trama discorsiva. Attraverso un dialogo con Bachtin, Lotman, Barthes, Bachelard e Vygotskij, viene proposta una lettura di Pong come testo liminale, nel quale la soglia tra logos e a-logos, realtà e immaginazione, voce individuale e memoria collettiva coincide con il funzionamento stesso della letteratura. L'intertestualità non rappresenta un insieme di richiami esterni, ma costituisce il principio strutturale dell'opera, che integra tradizione biblica, filosofia, mito e canone letterario in una continua risemantizzazione dei testi. La seconda parte del contributo affronta le implicazioni traduttive di questa poetica, sostenendo che la traduzione di Pong non possa limitarsi alla resa linguistica del testo, ma debba ricostruirne la complessa architettura ritmica, semantica e intertestuale. Citazioni, realia, allusioni, neologismi e catene associative vengono interpretati come elementi "organicizzanti" che impongono una pratica traduttiva fondata sulla ricostruzione della memoria culturale e sulla preservazione della dialogicità del romanzo. La traduzione viene così concepita come atto ermeneutico e creativo, capace di restituire il carattere aperto, liminale e irriducibile dell'opera, trasformandosi essa stessa in luogo di mediazione tra sistemi culturali e di produzione di nuovo senso.
L'incoerente continuum del reale. Leggere e tradurre Pong di Sibylle Lewitscharoff.. In: (a cura di): Del Zoppo, Pong.
Paola Del Zoppo
2021
Abstract
Il contributo analizza Pong (1998) di Sibylle Lewitscharoff come uno dei testi fondativi della poetica dell'autrice, interpretandolo non come semplice rappresentazione della follia, bensì come dispositivo metatestuale che mette in scena l'irriducibile complessità del reale e della scrittura. Muovendo dal rapporto con le Denkwürdigkeiten eines Nervenkranken di Daniel Paul Schreber, il saggio mostra come il romanzo trasformi la malattia mentale in un principio conoscitivo e formale, costruendo un organismo narrativo in cui citazione, riscrittura, parodia e memoria culturale confluiscono in un'unica trama discorsiva. Attraverso un dialogo con Bachtin, Lotman, Barthes, Bachelard e Vygotskij, viene proposta una lettura di Pong come testo liminale, nel quale la soglia tra logos e a-logos, realtà e immaginazione, voce individuale e memoria collettiva coincide con il funzionamento stesso della letteratura. L'intertestualità non rappresenta un insieme di richiami esterni, ma costituisce il principio strutturale dell'opera, che integra tradizione biblica, filosofia, mito e canone letterario in una continua risemantizzazione dei testi. La seconda parte del contributo affronta le implicazioni traduttive di questa poetica, sostenendo che la traduzione di Pong non possa limitarsi alla resa linguistica del testo, ma debba ricostruirne la complessa architettura ritmica, semantica e intertestuale. Citazioni, realia, allusioni, neologismi e catene associative vengono interpretati come elementi "organicizzanti" che impongono una pratica traduttiva fondata sulla ricostruzione della memoria culturale e sulla preservazione della dialogicità del romanzo. La traduzione viene così concepita come atto ermeneutico e creativo, capace di restituire il carattere aperto, liminale e irriducibile dell'opera, trasformandosi essa stessa in luogo di mediazione tra sistemi culturali e di produzione di nuovo senso.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


