Il saggio esplora il ruolo delle pratiche educative nel contrasto ai discorsi d’odio e ai processi di disumanizzazione, a partire dall’esperienza storica del genocidio ruandese del 1994 e dal lavoro dell’associazione Umubyeyi Mwiza, con sede in Italia e attiva in Rwanda, con donne sopravvissute al massacro. Il genocidio rappresenta uno degli esempi più estremi di costruzione sociale dell’odio, alimentato da narrazioni mistificatorie, propaganda e processi sistematici di esclusione. Attraverso un approccio qualitativo, narrativo e partecipativo, il contributo analizza alcune pratiche promosse dall’associazione sul campo – tra cui momenti di narrazione autobiografica, incontri di mutualità e iniziative pubbliche di testimonianza – come dispositivi educativi capaci di contrastare le logiche disumanizzanti e di generare forme di resistenza simbolica. Tali interventi si configurano come pedagogie della relazione capaci di generare processi di empowerment, riconoscimento reciproco e costruzione di comunità inclusive. Le donne coinvolte emergono non soltanto come sopravvissute, ma come soggetti attivi di resistenza che, attraverso la riappropriazione della parola e la trasmissione intergenerazionale della memoria, contribuiscono a decostruire stereotipi e a promuovere una cultura del riconoscimento tanto nel contesto locale quanto in quelli diasporici. In questa prospettiva, la memoria e la relazione diventano pratiche pedagogiche e politiche: se i discorsi d’odio operano attraverso la negazione dell’umanità dell’altro, la cura e l’ascolto permettono di ricostruire legami, generare empatie e produrre trasformazioni sociali inclusive e solidali. Si pongono così le premesse indispensabili per un nuovo cammino, non solo per la nazione rwandese, ma per l’intera comunità umana.
Dalle narrazioni di odio alle pratiche di cura. Memoria e resistenza educativa nell'esperienza delle donne rwandesi sopavvissute al genocidio.
Rosella Persi
2026
Abstract
Il saggio esplora il ruolo delle pratiche educative nel contrasto ai discorsi d’odio e ai processi di disumanizzazione, a partire dall’esperienza storica del genocidio ruandese del 1994 e dal lavoro dell’associazione Umubyeyi Mwiza, con sede in Italia e attiva in Rwanda, con donne sopravvissute al massacro. Il genocidio rappresenta uno degli esempi più estremi di costruzione sociale dell’odio, alimentato da narrazioni mistificatorie, propaganda e processi sistematici di esclusione. Attraverso un approccio qualitativo, narrativo e partecipativo, il contributo analizza alcune pratiche promosse dall’associazione sul campo – tra cui momenti di narrazione autobiografica, incontri di mutualità e iniziative pubbliche di testimonianza – come dispositivi educativi capaci di contrastare le logiche disumanizzanti e di generare forme di resistenza simbolica. Tali interventi si configurano come pedagogie della relazione capaci di generare processi di empowerment, riconoscimento reciproco e costruzione di comunità inclusive. Le donne coinvolte emergono non soltanto come sopravvissute, ma come soggetti attivi di resistenza che, attraverso la riappropriazione della parola e la trasmissione intergenerazionale della memoria, contribuiscono a decostruire stereotipi e a promuovere una cultura del riconoscimento tanto nel contesto locale quanto in quelli diasporici. In questa prospettiva, la memoria e la relazione diventano pratiche pedagogiche e politiche: se i discorsi d’odio operano attraverso la negazione dell’umanità dell’altro, la cura e l’ascolto permettono di ricostruire legami, generare empatie e produrre trasformazioni sociali inclusive e solidali. Si pongono così le premesse indispensabili per un nuovo cammino, non solo per la nazione rwandese, ma per l’intera comunità umana.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


