Il contributo analizza il rapporto complesso, trascurato dalla storiografia, tra la filosofia razionale di Sibiuda (Sebon nella traduzione di Montaigne) espressa nel Liber creaturarum (o Theologia naturalis) e le tesi di Charron che si serve del Catalano per presentare le proprie riflessioni in linea con l’apologetica (nelle Trois veritez) o nel tentativo (apparentemente riuscito) di farle rientrare nel suo cuore (nella Sagesse). L’analisi attenta dell’opus conditionis della Theologia naturalis ha consentito di comprendere e rilanciare le tesi della Sagesse, senza negare però lo sguardo teologico contenuto nelle Trois veritez che del Liber creaturarm rilanciano, senza condividerlo in toto (si veda la critica di Charron alla teologia sacramentale), l’opus restaurationis. Apparentemente il problema restava per intero irrisolto: come conoscere attraverso effetti finiti la causa infinita? L’eco di Montaigne è forte. Charron convoca la teologia negativa: la vera conoscenza di Dio è la sua perfetta ignoranza; tanto più ci si avvicina alla conoscenza, tanto più ce se ne allontana. Il ricorso a Sebond non era stato strategico, ma solo tattico. Dalla superiorità del libro della natura, teorizzata nel Prologus del Liber creaturarum e nella sua prima parte, Sebond aveva concluso alla necessità, per l’uomo ormai corrotto, dell’autorità del libro della Bibbia, che comanda e ordina; e se nel Prologus aveva decretato la superiorità del primo sul secondo, nella seconda parte dell’opera fa una sorta di palinodia – e non a caso Charron esordisce proprio da questa stessa palinodia, anche se l’esito non tarda a delinearsi. Sebond, che accetta la tesi dell’identita in Dio di intelligenza ed essere, sul concetto della toute-puissance di Dio innesta l’idea della sua infinità. Dio stesso finisce per collocarsi tra gli incogitabilia e l’uomo può immaginarlo come “inimmaginabile”. Dunque, Sebond contra Sebond? Non è così. Nonostante Sebond dichiari che la Scrittura, venendo dopo il libro della natura, non faccia che convalidare il libro delle creature ovvero le opere di Dio, aggiunge che l’uomo è ormai incapace di leggervi direttamente e alla fine dell’opera, post festum, postula per questa stessa ragione la superiorità del suo supplemento (il libro delle Scritture). L’operazione, certo, non è neutra né indolore, e la dichiarata superiorità della parola della Bibbia sul fatto della natura, comporta la rottura del legame tra teologia e filosofia, spezza con più forza la proporzione tra finito e infinito, tra essere e pensiero. L’incommensurabilità che ne risulta (e che diviene anche il presupposto) tra Dio e l’uomo, rende Dio ciò che è assolutamente impensabile. Era necessario quindi mettere in risalto, per l’esito stesso della ricerca, come l’altra costante nella riflessione teologica dei due filosofi fosse il presupposto ontologico-storico della miseria dello stato presente della condizione umana e dell’umanità. Se per Sebond, la sopraggiunta incapacità dell’uomo di leggere direttamente nel libro della natura (libro sempre aperto per laici e chierici), nel libro dei fatti e delle opere di Dio, rende necessario il ricorso alla parola di Dio (alla Bibbia), per Charron è valido lo stesso presupposto. Nel Prologus, ritornare a leggere nel libro della natura, scritto dal dito di Dio e libro delle opere di Dio (dove l’opera acquista più valore della parola) è l’unica via di salvezza della ragione ed equivale a mettersi nella sua strada: salvezza precisa Sebond, dell’uomo en tant qu’il est homme, “lettre capitale” del libro. Da tali presupposti il lavoro ha potuto far emergere ciò che non era immediatamente ‘visibile’, una progetto comune di una complessa costruzione filosofica che avesse di mira la formazione dell’homme en tant qu’il est homme – sorta di comandamento laico di tutta la Sagesse, lungo le sue edizioni, nonostante varianti e espunzioni significative. Per separare la filosofia dalla teologia, nella Sagesse Charron spezzerà subito, per così dire, senza abbandonarlo, il progetto di Sebond di omnia fundare in homine, per poi ricostruirlo su fondamenta filosofiche. Ma lo farà su un presupposto cardine del Liber creaturarum, condiviso e rilanciato, e che emerge forte soprattutto nel Prologus (anche se esistono luoghi ben precisi all’interno dell’opera in cui Sebond ritorna con forza su questo aspetto). Charron spinge e incalza quello stesso progetto alla radicalità delle premesse, verso la perfection della probité umana, rappresentata dal saggio, quell’uomo che la natura reclama (l’espressione è di Sebond), di un Humanité che deve imparare (come in Sebond) riconciliarsi con la sua stessa umanità.

«Docteur en la nature»: De Charron à Sebond?

PANICHI, NICOLA
2008

Abstract

Il contributo analizza il rapporto complesso, trascurato dalla storiografia, tra la filosofia razionale di Sibiuda (Sebon nella traduzione di Montaigne) espressa nel Liber creaturarum (o Theologia naturalis) e le tesi di Charron che si serve del Catalano per presentare le proprie riflessioni in linea con l’apologetica (nelle Trois veritez) o nel tentativo (apparentemente riuscito) di farle rientrare nel suo cuore (nella Sagesse). L’analisi attenta dell’opus conditionis della Theologia naturalis ha consentito di comprendere e rilanciare le tesi della Sagesse, senza negare però lo sguardo teologico contenuto nelle Trois veritez che del Liber creaturarm rilanciano, senza condividerlo in toto (si veda la critica di Charron alla teologia sacramentale), l’opus restaurationis. Apparentemente il problema restava per intero irrisolto: come conoscere attraverso effetti finiti la causa infinita? L’eco di Montaigne è forte. Charron convoca la teologia negativa: la vera conoscenza di Dio è la sua perfetta ignoranza; tanto più ci si avvicina alla conoscenza, tanto più ce se ne allontana. Il ricorso a Sebond non era stato strategico, ma solo tattico. Dalla superiorità del libro della natura, teorizzata nel Prologus del Liber creaturarum e nella sua prima parte, Sebond aveva concluso alla necessità, per l’uomo ormai corrotto, dell’autorità del libro della Bibbia, che comanda e ordina; e se nel Prologus aveva decretato la superiorità del primo sul secondo, nella seconda parte dell’opera fa una sorta di palinodia – e non a caso Charron esordisce proprio da questa stessa palinodia, anche se l’esito non tarda a delinearsi. Sebond, che accetta la tesi dell’identita in Dio di intelligenza ed essere, sul concetto della toute-puissance di Dio innesta l’idea della sua infinità. Dio stesso finisce per collocarsi tra gli incogitabilia e l’uomo può immaginarlo come “inimmaginabile”. Dunque, Sebond contra Sebond? Non è così. Nonostante Sebond dichiari che la Scrittura, venendo dopo il libro della natura, non faccia che convalidare il libro delle creature ovvero le opere di Dio, aggiunge che l’uomo è ormai incapace di leggervi direttamente e alla fine dell’opera, post festum, postula per questa stessa ragione la superiorità del suo supplemento (il libro delle Scritture). L’operazione, certo, non è neutra né indolore, e la dichiarata superiorità della parola della Bibbia sul fatto della natura, comporta la rottura del legame tra teologia e filosofia, spezza con più forza la proporzione tra finito e infinito, tra essere e pensiero. L’incommensurabilità che ne risulta (e che diviene anche il presupposto) tra Dio e l’uomo, rende Dio ciò che è assolutamente impensabile. Era necessario quindi mettere in risalto, per l’esito stesso della ricerca, come l’altra costante nella riflessione teologica dei due filosofi fosse il presupposto ontologico-storico della miseria dello stato presente della condizione umana e dell’umanità. Se per Sebond, la sopraggiunta incapacità dell’uomo di leggere direttamente nel libro della natura (libro sempre aperto per laici e chierici), nel libro dei fatti e delle opere di Dio, rende necessario il ricorso alla parola di Dio (alla Bibbia), per Charron è valido lo stesso presupposto. Nel Prologus, ritornare a leggere nel libro della natura, scritto dal dito di Dio e libro delle opere di Dio (dove l’opera acquista più valore della parola) è l’unica via di salvezza della ragione ed equivale a mettersi nella sua strada: salvezza precisa Sebond, dell’uomo en tant qu’il est homme, “lettre capitale” del libro. Da tali presupposti il lavoro ha potuto far emergere ciò che non era immediatamente ‘visibile’, una progetto comune di una complessa costruzione filosofica che avesse di mira la formazione dell’homme en tant qu’il est homme – sorta di comandamento laico di tutta la Sagesse, lungo le sue edizioni, nonostante varianti e espunzioni significative. Per separare la filosofia dalla teologia, nella Sagesse Charron spezzerà subito, per così dire, senza abbandonarlo, il progetto di Sebond di omnia fundare in homine, per poi ricostruirlo su fondamenta filosofiche. Ma lo farà su un presupposto cardine del Liber creaturarum, condiviso e rilanciato, e che emerge forte soprattutto nel Prologus (anche se esistono luoghi ben precisi all’interno dell’opera in cui Sebond ritorna con forza su questo aspetto). Charron spinge e incalza quello stesso progetto alla radicalità delle premesse, verso la perfection della probité umana, rappresentata dal saggio, quell’uomo che la natura reclama (l’espressione è di Sebond), di un Humanité che deve imparare (come in Sebond) riconciliarsi con la sua stessa umanità.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11576/1892858
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