Un manoscritto recentemente acquisito dalla Biblioteca Universitaria di Urbino (ms. 168) contiene una puntualissima descrizione degli apparati funebri allestiti nel 1619 nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli per la morte di Isabella Della Rovere, sorella di Francesco Maria II, duca di Urbino, andata sposa a Napoli a Nicolò Bernardino Sanseverino, principe di Bisignano. Il codice, qui per la prima volta dettagliatamente analizzato, si segnala per l’imponente corredo illustrativo che raffigura il complesso dell’allestimento e, insieme e con estrema minuziosità, i singoli elementi di esso, compresi i testi variamente esibiti. Il complesso apparato utilizza pressoché tutte le forme simboliche, verbali ed iconiche, esibite in analoghe circostanze: carmi, epigrafi, trofei, iconologie, geroglifici, rovesci di medaglia, emblemi, imprese, puntualmente commentate dall’estensore della descrizione (probabilmente il gesuita Giovan Battista Mascolo), documentando così la ratio ordinatrice e le fonti. Il confronto con altre testimonianze (essenzialmenmte a stampa) di eventi analoghi rivela l’eccezionalità della documentazione prodotta dal codice, che risulta essere uno dei più affascinanti documenti dell’effimero barocco. L’uso del latino nei testi descrittivi (compresa la ricerca di un termine capace di tradurre l’italiano ‘impresa’) anticipa il programma, anch’esso di ambito gesuitico, di diffusione e di ‘esportazione’ delle imprese, promosso in particolare, quindici anni più tardi, da Silvestro Pietrasanta (De symbolis heroicis, Antverpiae, Plantin, 1634).

Emblemi e imprese nell'apparato funebre per Isabella Della Rovere (Napoli 1619)

ARBIZZONI ARTUSI, GUIDO
2008-01-01

Abstract

Un manoscritto recentemente acquisito dalla Biblioteca Universitaria di Urbino (ms. 168) contiene una puntualissima descrizione degli apparati funebri allestiti nel 1619 nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli per la morte di Isabella Della Rovere, sorella di Francesco Maria II, duca di Urbino, andata sposa a Napoli a Nicolò Bernardino Sanseverino, principe di Bisignano. Il codice, qui per la prima volta dettagliatamente analizzato, si segnala per l’imponente corredo illustrativo che raffigura il complesso dell’allestimento e, insieme e con estrema minuziosità, i singoli elementi di esso, compresi i testi variamente esibiti. Il complesso apparato utilizza pressoché tutte le forme simboliche, verbali ed iconiche, esibite in analoghe circostanze: carmi, epigrafi, trofei, iconologie, geroglifici, rovesci di medaglia, emblemi, imprese, puntualmente commentate dall’estensore della descrizione (probabilmente il gesuita Giovan Battista Mascolo), documentando così la ratio ordinatrice e le fonti. Il confronto con altre testimonianze (essenzialmenmte a stampa) di eventi analoghi rivela l’eccezionalità della documentazione prodotta dal codice, che risulta essere uno dei più affascinanti documenti dell’effimero barocco. L’uso del latino nei testi descrittivi (compresa la ricerca di un termine capace di tradurre l’italiano ‘impresa’) anticipa il programma, anch’esso di ambito gesuitico, di diffusione e di ‘esportazione’ delle imprese, promosso in particolare, quindici anni più tardi, da Silvestro Pietrasanta (De symbolis heroicis, Antverpiae, Plantin, 1634).
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