Il Saggio è inserito all’interno del volume ‘ Il prezzo del reato‘ che raccoglie studi interdisciplinari il cui filo conduttore, ispirato all’analisi economica del diritto penale’, è costituito dall’indagine del rapporto costi-benefici quando si ricorre alla sanzione come strumento di contenimento della criminalità. Il Saggio prende le mosse dalla disamina degli effetti distorsivi che si segnalano come inevitabilmente connessi al sia pur valido impiego della sanzione in chiave di messaggio deterrente rivolto ad un potenziale reo che valuti i costi ed i benefici collegati al proprio agire criminoso. In primis, si sottolinea che l’eccessivo ricorso alla norma penale quale strategia preventiva, rischierebbe di ingenerare nell’opinione pubblica l’idea che ogni problema relativo al crimine possa essere risolto esclusivamente mediante l’inasprimento della sanzione, anziché attraverso interventi di carattere sociale o di sostegno clinico. A ciò si aggiungono considerazioni relative agli stessi limiti intrinseci alla sanzione in ordine all’attitudine ad inviare un messaggio deterrente recepibile da parte di tutti i consociati: si sostiene infatti che quest’ultimo non avrebbe alcuna presa nei confronti di potenziali autori di delitti passionali, né nei confronti di tutti coloro che per loro natura, od in relazione ad un particolare tipo di crimine ( ad esempio, di stampo terroristico) potrebbero presentarsi come soggetti particolarmente ‘ propensi al rischio’.In un’ottica di analisi economica del diritto, non si può, infine trascurare il fatto che un sistema di sanzioni fortemente imperniato sull’idea di deterrenza comporterebbe un notevole aumento di ‘costi’sociali, sia sotto il profilo dell’esborso di risorse da impiegare per garantire l’effettività della pena certa ed immediata, sia sotto il profilo astratto, ma non per questo meno rilevante, dell’attenuazione del rispetto di alcuni dei Principi fondamentali del moderno diritto penale, all’interno di uno Stato democratico e garantista. Alla luce di tali considerazioni,si sostiene pertanto che, all’interno delle strategie di prevenzione della criminalità, ai programmi ispirati all’idea della dissuasione attraverso la pena debba essere assegnato un ruolo limitato rispetto a quello svolto da strategie dirette ad individuare ed a risolvere alla radice il disagio posto all’origine del percorso motivazionale del potenziale reo. Si sostiene inoltre che il messaggio deterrente della norma penale non costituisce l’unica strategia possibile dotata di valenze dissuasive nei confronti di un delinquente già motivato al passaggio all’atto, ma che, al contrario, possono essere individuati altre metodologie in grado non solo di influire grandemente sulla valutazione del reo in termini di costi/ benefici relativi al compimento dell’atto criminoso , ma addirittura in grado di superare alcuni degli impasses, sopra segnalati, connessi all’impiego della deterrenza penale. Il Saggio individua tali metodologie nei programmi contenuti all’interno dell’ampia categoria della prevenzione situazionale.La portata preventiva di tale categoria è stata troppo spesso riconnessa ad una mera funzione di ‘ sbarramento’, mentre se ne è trascurata la valenza dissuasiva costituita dalla attitudine a rimandare alla mente del potenziale criminale l’immagine di un bene ben protetto e delle conseguenti difficoltà da affrontare per raggiungerlo. Proprio la stessa teoria economica della criminalità conferma la correttezza di tale opinione, segnalando che nel calcolo ‘ economico’ compiuto dal potenziale delinquente, alla voce costi non debbano essere iscritti solo quelli relativi all’entità, certezza ed immediatezza della pena,ma anche quelli rappresentati dal grado delle difficoltà correlate all’ottenimento del profitto, nonché da quegli ostacoli che rendano addirittura impossibile il raggiungimento dell’obiettivo criminoso.Ulteriori conferme alla validità dell’idea si rinvengono all’interno di molteplici speculazioni criminologiche, partendo dalla stessa asserzione di Beccaria ‘Gli uomini non rischiano che a proporzione del vantaggio che l’esito felice dell’impresa produrrebbe’- non a caso riportata all’inizio del Saggio-, fino a giungere alla rappresentazione della ‘mancanza del guardiano’ indicata dalle teorie routinarie come uno dei tre fattori essenziali perché si compia il reato , nonché al concetto, proprio della psicologia comportamentista, del ruolo giocato nelle scelte comportamentali dagli stimoli discriminanti, costituiti, nel caso di , proprio dalla rappresentazione del grado di probabilità di ottenere la particolare ricompensa costituita dal raggiungimento dell’obiettivo dell’ agire criminale. Il messaggio dissuasivo collegato alla prevenzione situazionale appare inoltre più immediato e diretto di quello derivante dalla sanzione penale e, pertanto, idoneo ad avere presa anche su soggetti poco inclini alla razionalità ( ad esempio, tossicodipendenti ).Non va inoltre dimenticato che l’effetto di sbarramento, comunque necessariamente connesso all’impiego delle metodologie di prevenzione situazionale, pur non costituendone il principale pregio, può comunque presentare l’innegabile vantaggio di impedire il compimento del reato anche da parte di soggetti fortemente’ inclini al rischio’. Dimostrata la valenza dissuasiva della prevenzione situazionale, il Saggio passa ad analizzare le diverse tipologie di programmi ricompresi all’interno di questa vasta ed eterogenea categoria, suddividendole in tre gruppi fondamentali:prevenzione situazionale meccanica,prevenzione situazionale’ personale’ e prevenzione situazionale attraverso i programmi ‘dello spazio difendibile’. Di ognuno di tali gruppi viene valutata sia l’intensità e l’incisività del messaggio dissuasivo – anche con riferimento all’idoneità ad essere percepito da differenti categorie di potenziali criminali- , sia il costo, non solo in termini monetari, ma anche in termini di sacrifici sul piano della compressione di altri interessi, che possono gravare sul singolo cittadino o sulla collettività. Si ritiene, pertanto, che il campo elettivo di applicazione della prevenzione meccanica sia relativo a situazioni caratterizzate dalla presenza di beni altamente appetibili collocati in luoghi destinati all’utenza pubblica e che la prevenzione ‘ personale’ esplicata dalle Forze dell’ordine svolga un’essenziale ed irrinunciabile funzione dissuasiva- nonché rassicurante nei confronti della popolazione- nei quartieri ad alto rischio di criminalità violenta o, addirittura ‘ fuori legge’. Si segnala, inoltre, la particolare idoneità dei programmi dello ‘Spazio difendibile’a trasmettere un chiaro ed intenso messaggio dissuasivo, soprattutto con riferimento alla quotidianità di una realtà urbana che ormai costringe tutti i cittadini a considerare la criminalità non più come un pericolo remoto,ma come un rischio di fronte al quale occorra essere quotidianamente preparati. Tali programmi sono basati sull’idea di impiegare l’assetto degli edifici e l’intera conformazione della città al fine di riportare l’attenzione dei cittadini sul territorio e di incrementare il loro senso di responsabilità e la loro sorveglianza ‘spontanea ‘ sul territorio, al fine di rimandare con forza, per dirla con Oscar Newman, suo principale ideatore, ‘l’idea di un a collettività organizzata che difende sé stessa’, in modo che ‘ il potenziale criminale percepisca ogni spazio come controllato dai suoi residenti’ . . Una conferma concreta dell’efficacia preventiva di tale metodologia è costituita dal rilevamento del decremento di criminalità riscontrato dalle indagini empiriche effettuate nelle numerose località degli Stati Uniti e del Regno Unito nelle quali i criteri CPTED ( Crime Prevention trough environmental design) sono state applicate su larga scala. Sul versante dei costi, la modicità delle spese correlate alla attuazione di tali programmi, appare più che compensata dalla loro idoneità a ristabilire negli abitanti il senso di propinquità e ad abbattere il senso di insicurezza, poiché il territorio urbano riorganizzato secondo i criteri dello spazio difendibile risulta più ordinato, vivibile e sicuro. La prevenzione personale ‘ naturale’ , risultante dall’applicazione dei programmi ispirati all’idea dello ‘spazio difendibile’, appare pertanto come il metodo di prevenzione situazionale più idoneo a supportare i metodi ispirati all’idea di deterrenza, nel solco delle teorie economiche della scelta razionale. Il Saggio si conclude lamentando la scarsa consapevolezza, in Italia, delle valenze di tali metodologie e caldeggiando iniziative di studio e di ricerca in merito.

L'ALTRO PIATTO DELLA BILANCIA: IL RUOLO DELLA PREVENZIONE SITUAZIONALE ALL'INTERNO DELLA TEORIA DELL'ANALISI ECONOMICA DEL COMPORTAMENTO CRIMINALE

BARBONI, RITA MARIA
2010-01-01

Abstract

Il Saggio è inserito all’interno del volume ‘ Il prezzo del reato‘ che raccoglie studi interdisciplinari il cui filo conduttore, ispirato all’analisi economica del diritto penale’, è costituito dall’indagine del rapporto costi-benefici quando si ricorre alla sanzione come strumento di contenimento della criminalità. Il Saggio prende le mosse dalla disamina degli effetti distorsivi che si segnalano come inevitabilmente connessi al sia pur valido impiego della sanzione in chiave di messaggio deterrente rivolto ad un potenziale reo che valuti i costi ed i benefici collegati al proprio agire criminoso. In primis, si sottolinea che l’eccessivo ricorso alla norma penale quale strategia preventiva, rischierebbe di ingenerare nell’opinione pubblica l’idea che ogni problema relativo al crimine possa essere risolto esclusivamente mediante l’inasprimento della sanzione, anziché attraverso interventi di carattere sociale o di sostegno clinico. A ciò si aggiungono considerazioni relative agli stessi limiti intrinseci alla sanzione in ordine all’attitudine ad inviare un messaggio deterrente recepibile da parte di tutti i consociati: si sostiene infatti che quest’ultimo non avrebbe alcuna presa nei confronti di potenziali autori di delitti passionali, né nei confronti di tutti coloro che per loro natura, od in relazione ad un particolare tipo di crimine ( ad esempio, di stampo terroristico) potrebbero presentarsi come soggetti particolarmente ‘ propensi al rischio’.In un’ottica di analisi economica del diritto, non si può, infine trascurare il fatto che un sistema di sanzioni fortemente imperniato sull’idea di deterrenza comporterebbe un notevole aumento di ‘costi’sociali, sia sotto il profilo dell’esborso di risorse da impiegare per garantire l’effettività della pena certa ed immediata, sia sotto il profilo astratto, ma non per questo meno rilevante, dell’attenuazione del rispetto di alcuni dei Principi fondamentali del moderno diritto penale, all’interno di uno Stato democratico e garantista. Alla luce di tali considerazioni,si sostiene pertanto che, all’interno delle strategie di prevenzione della criminalità, ai programmi ispirati all’idea della dissuasione attraverso la pena debba essere assegnato un ruolo limitato rispetto a quello svolto da strategie dirette ad individuare ed a risolvere alla radice il disagio posto all’origine del percorso motivazionale del potenziale reo. Si sostiene inoltre che il messaggio deterrente della norma penale non costituisce l’unica strategia possibile dotata di valenze dissuasive nei confronti di un delinquente già motivato al passaggio all’atto, ma che, al contrario, possono essere individuati altre metodologie in grado non solo di influire grandemente sulla valutazione del reo in termini di costi/ benefici relativi al compimento dell’atto criminoso , ma addirittura in grado di superare alcuni degli impasses, sopra segnalati, connessi all’impiego della deterrenza penale. Il Saggio individua tali metodologie nei programmi contenuti all’interno dell’ampia categoria della prevenzione situazionale.La portata preventiva di tale categoria è stata troppo spesso riconnessa ad una mera funzione di ‘ sbarramento’, mentre se ne è trascurata la valenza dissuasiva costituita dalla attitudine a rimandare alla mente del potenziale criminale l’immagine di un bene ben protetto e delle conseguenti difficoltà da affrontare per raggiungerlo. Proprio la stessa teoria economica della criminalità conferma la correttezza di tale opinione, segnalando che nel calcolo ‘ economico’ compiuto dal potenziale delinquente, alla voce costi non debbano essere iscritti solo quelli relativi all’entità, certezza ed immediatezza della pena,ma anche quelli rappresentati dal grado delle difficoltà correlate all’ottenimento del profitto, nonché da quegli ostacoli che rendano addirittura impossibile il raggiungimento dell’obiettivo criminoso.Ulteriori conferme alla validità dell’idea si rinvengono all’interno di molteplici speculazioni criminologiche, partendo dalla stessa asserzione di Beccaria ‘Gli uomini non rischiano che a proporzione del vantaggio che l’esito felice dell’impresa produrrebbe’- non a caso riportata all’inizio del Saggio-, fino a giungere alla rappresentazione della ‘mancanza del guardiano’ indicata dalle teorie routinarie come uno dei tre fattori essenziali perché si compia il reato , nonché al concetto, proprio della psicologia comportamentista, del ruolo giocato nelle scelte comportamentali dagli stimoli discriminanti, costituiti, nel caso di , proprio dalla rappresentazione del grado di probabilità di ottenere la particolare ricompensa costituita dal raggiungimento dell’obiettivo dell’ agire criminale. Il messaggio dissuasivo collegato alla prevenzione situazionale appare inoltre più immediato e diretto di quello derivante dalla sanzione penale e, pertanto, idoneo ad avere presa anche su soggetti poco inclini alla razionalità ( ad esempio, tossicodipendenti ).Non va inoltre dimenticato che l’effetto di sbarramento, comunque necessariamente connesso all’impiego delle metodologie di prevenzione situazionale, pur non costituendone il principale pregio, può comunque presentare l’innegabile vantaggio di impedire il compimento del reato anche da parte di soggetti fortemente’ inclini al rischio’. Dimostrata la valenza dissuasiva della prevenzione situazionale, il Saggio passa ad analizzare le diverse tipologie di programmi ricompresi all’interno di questa vasta ed eterogenea categoria, suddividendole in tre gruppi fondamentali:prevenzione situazionale meccanica,prevenzione situazionale’ personale’ e prevenzione situazionale attraverso i programmi ‘dello spazio difendibile’. Di ognuno di tali gruppi viene valutata sia l’intensità e l’incisività del messaggio dissuasivo – anche con riferimento all’idoneità ad essere percepito da differenti categorie di potenziali criminali- , sia il costo, non solo in termini monetari, ma anche in termini di sacrifici sul piano della compressione di altri interessi, che possono gravare sul singolo cittadino o sulla collettività. Si ritiene, pertanto, che il campo elettivo di applicazione della prevenzione meccanica sia relativo a situazioni caratterizzate dalla presenza di beni altamente appetibili collocati in luoghi destinati all’utenza pubblica e che la prevenzione ‘ personale’ esplicata dalle Forze dell’ordine svolga un’essenziale ed irrinunciabile funzione dissuasiva- nonché rassicurante nei confronti della popolazione- nei quartieri ad alto rischio di criminalità violenta o, addirittura ‘ fuori legge’. Si segnala, inoltre, la particolare idoneità dei programmi dello ‘Spazio difendibile’a trasmettere un chiaro ed intenso messaggio dissuasivo, soprattutto con riferimento alla quotidianità di una realtà urbana che ormai costringe tutti i cittadini a considerare la criminalità non più come un pericolo remoto,ma come un rischio di fronte al quale occorra essere quotidianamente preparati. Tali programmi sono basati sull’idea di impiegare l’assetto degli edifici e l’intera conformazione della città al fine di riportare l’attenzione dei cittadini sul territorio e di incrementare il loro senso di responsabilità e la loro sorveglianza ‘spontanea ‘ sul territorio, al fine di rimandare con forza, per dirla con Oscar Newman, suo principale ideatore, ‘l’idea di un a collettività organizzata che difende sé stessa’, in modo che ‘ il potenziale criminale percepisca ogni spazio come controllato dai suoi residenti’ . . Una conferma concreta dell’efficacia preventiva di tale metodologia è costituita dal rilevamento del decremento di criminalità riscontrato dalle indagini empiriche effettuate nelle numerose località degli Stati Uniti e del Regno Unito nelle quali i criteri CPTED ( Crime Prevention trough environmental design) sono state applicate su larga scala. Sul versante dei costi, la modicità delle spese correlate alla attuazione di tali programmi, appare più che compensata dalla loro idoneità a ristabilire negli abitanti il senso di propinquità e ad abbattere il senso di insicurezza, poiché il territorio urbano riorganizzato secondo i criteri dello spazio difendibile risulta più ordinato, vivibile e sicuro. La prevenzione personale ‘ naturale’ , risultante dall’applicazione dei programmi ispirati all’idea dello ‘spazio difendibile’, appare pertanto come il metodo di prevenzione situazionale più idoneo a supportare i metodi ispirati all’idea di deterrenza, nel solco delle teorie economiche della scelta razionale. Il Saggio si conclude lamentando la scarsa consapevolezza, in Italia, delle valenze di tali metodologie e caldeggiando iniziative di studio e di ricerca in merito.
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