Questo saggio si concentra sulle modalità di rappresentazione del paesaggio western e della figura del nativo americano in alcuni esempi di narrativa italo-americana e italiana in prospettiva diacronica. Pur trattando di autori in parte italiani, il saggio appartiene alla sfera degli studi culturali angloamericani, in quanto prende in considerazione temi, personaggi, generi, geografie e contesti storici che fanno parte della cultura statunitense. Inoltre affronta problematiche cruciali relativamente sia alla rappresentazione del territorio, sia alla formazione dell’identità in ambito nazionale e internazionale. Tra i primi contributi, si vedrà come quelli che risalgono XVIII e XIX secolo poggino su un’esperienza personale (di viaggio, di migrazione, di missione) e siano al contempo condizionati da pregiudizi etnici e culturali. Ricorrendo a un gioco di parole, possiamo dire che il loro West non era affatto far (lontano): geograficamente parlando, infatti, la frontiera iniziava subito dietro Boston e New York. Era però certamente fair (giusto, bello, biondo) in molti sensi: gli eroi erano rappresentati come l’incarnazione della giustizia, della prestanza fisica e della tipologia caucasica, in confronto ai nativi percepiti come rozzi e incivili. Saranno proprio queste caratteristiche a fluire nel corso del XX secolo nel tipico western americano, un genere che travolge letteratura e cinema nella costruzione di una mitologia nazionale senza precedenti e contagia anche l’Italia nel momento in cui cade la censura fascista che richiedeva eroi italiani e proibiva l’importazione di opere straniere. L’America diviene così un forte mito popolare e di conseguenza le tipiche rappresentazioni del West e dei nativi, create come sono da scrittori che non si sono mai recati negli USA e devono inventarsi perfino il paesaggio, risultano completamente fantastiche. Nasce così la grande stagione del western italiano, un genere popolare ibrido che, fra l’altro, prevede l’uso di pseudonimi americani per ingannare – o far sognare? – la readership. Questa stagione oggi si è conclusa ma è interessante osservare che nascono nuove forme di riscrittura del western: un esempio è il romanzo collettivo dei Wu Ming Manituana, una “storia dal lato sbagliato della storia”, che rimette in gioco ruoli e responsabilità dei grandi protagonisti della nascita della nazione americana collocandosi in quella che gli stessi autori hanno definito “new epic”.

“Daydreaming of America: The Fair West and Italian Writers”

CALANCHI, ALESSANDRA
2010-01-01

Abstract

Questo saggio si concentra sulle modalità di rappresentazione del paesaggio western e della figura del nativo americano in alcuni esempi di narrativa italo-americana e italiana in prospettiva diacronica. Pur trattando di autori in parte italiani, il saggio appartiene alla sfera degli studi culturali angloamericani, in quanto prende in considerazione temi, personaggi, generi, geografie e contesti storici che fanno parte della cultura statunitense. Inoltre affronta problematiche cruciali relativamente sia alla rappresentazione del territorio, sia alla formazione dell’identità in ambito nazionale e internazionale. Tra i primi contributi, si vedrà come quelli che risalgono XVIII e XIX secolo poggino su un’esperienza personale (di viaggio, di migrazione, di missione) e siano al contempo condizionati da pregiudizi etnici e culturali. Ricorrendo a un gioco di parole, possiamo dire che il loro West non era affatto far (lontano): geograficamente parlando, infatti, la frontiera iniziava subito dietro Boston e New York. Era però certamente fair (giusto, bello, biondo) in molti sensi: gli eroi erano rappresentati come l’incarnazione della giustizia, della prestanza fisica e della tipologia caucasica, in confronto ai nativi percepiti come rozzi e incivili. Saranno proprio queste caratteristiche a fluire nel corso del XX secolo nel tipico western americano, un genere che travolge letteratura e cinema nella costruzione di una mitologia nazionale senza precedenti e contagia anche l’Italia nel momento in cui cade la censura fascista che richiedeva eroi italiani e proibiva l’importazione di opere straniere. L’America diviene così un forte mito popolare e di conseguenza le tipiche rappresentazioni del West e dei nativi, create come sono da scrittori che non si sono mai recati negli USA e devono inventarsi perfino il paesaggio, risultano completamente fantastiche. Nasce così la grande stagione del western italiano, un genere popolare ibrido che, fra l’altro, prevede l’uso di pseudonimi americani per ingannare – o far sognare? – la readership. Questa stagione oggi si è conclusa ma è interessante osservare che nascono nuove forme di riscrittura del western: un esempio è il romanzo collettivo dei Wu Ming Manituana, una “storia dal lato sbagliato della storia”, che rimette in gioco ruoli e responsabilità dei grandi protagonisti della nascita della nazione americana collocandosi in quella che gli stessi autori hanno definito “new epic”.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2503733
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