L’Odissea è flusso continuo. È un testo in movimento. Una storia che non si conclude, fatta di tante storie disposte a mutare a ogni nuovo racconto. Quando studiai per la prima volta la società rispecchiata nei canti, la osservai come una società in costante divenire. Il divenire dell’ordine. L’interazione normativa nella società omerica, titolo del libro dedicato a quella ricerca, discendeva dall’ipotesi che la giuridi¬cità trasposta nell’epica omerica riflettesse l’ordine sociale delle co¬munità greche della Dark Age. Un ordine che emergeva da norme consolidate, ma che si andava ulteriormente componendo nel tentativo di porre in essere nuovi equilibri, come era possibile osservare analiz¬zando le in-terazioni tra i vari per¬sonaggi. Il modello di comunità che ne derivò era più complesso di quanto fosse possibile ipotizzare appli¬cando le categorie della socio¬logia e dell’antropologia, classicamente ascritte all’analisi delle so¬cietà tradizionali. In particolare, la struttura giuridica di conflitti e di¬spute era riconducibile a un sistema che aveva ritualizzato la vendetta, rendendo il costo del sangue un prezzo sosti-tuibile da beni diversi dalla vita dell’offensore: merci o altre soluzioni, aventi la funzione fonda¬mentale di impedire le faide familiari e pre-servare il patrimonio delle vite, indispensabile per la sopravvivenza stessa della comunità e la saldezza del legame sociale. Ricchezza e potere, alimentate dalla vio¬lenza e dal carattere competitivo dei perso-naggi, apparivano, come in qualunque altra compagine sociale, antica e moderna, le principali cause di conflitto. Tuttavia, nonostante queste fossero considerate tra i segni distintivi dell’essere eroico, la cultura omerica alimentava i di¬spositivi del controllo sociale, con altri valori e qualità da collegare all’onore personale, più adeguati alla condivisione e alla possibile convivenza pacifica, di modo che nessun uomo, incline all’eccesso e avente come obiettivo primario l’affermazione personale, potesse prendere il sopravvento. Mi ero trovata, in breve, di fronte a una comunità raffinata a tutti i livelli: della struttura sociale, della dimensione giuridica in senso stretto e della gestione del potere. Sarebbe stato impossibile non tornare su questa fonte inesauribile di ricerca, soprattutto dopo aver sviluppato una metodologia di analisi del racconto, che ha dato frutti interessanti in una successiva lettura dell’Orestea di Eschilo. Il percorso che proponiamo in questa nuova indagine sulle comunità e sugli universi giuridici rappresentati nei poe-mi omerici, muove, quindi, da una diversa prospettiva, privile¬giando la possibilità di cogliere il punto di vista di coloro che li hanno composti. Tale ricerca si inscrive per concetti e metodo nel quadro della teo¬ria delle narrazioni giuridiche, a partire dal presupposto che la poesia come qualunque altra forma di narrazione possa provvedere, non sol¬tanto alla conservazione e alla trasmissione culturale, ma anche e so¬prattutto alla regolarizzazione di situazioni soggette alle continue crisi dell’ordine simbolico. In quanto strutturazione di nuove porzioni di senso, qualunque racconto, che abbia questa funzione definibile come “giuridica”, sarebbe utile a colmare le quote di indetermina¬tezza pre-senti nell’ordine sociale, offrendo combinazioni narrative ef¬ficaci per il mantenimento o la ricomposizione degli equilibri propri della con-vivenza. Per l’evidente capacità di conferire un ordine simbolico, le storie tramandate dall’epica si prestano quindi a essere osservate come rac-conti giuridici e i loro cantori come demiurghi di un’arte della combi-nazione che consente di costruire nuove strutture di senso, servendosi di mate¬riali narrativi propri della cultura e della memoria comune. La compo¬sizione svolge la funzione di archivio e di restituzione di tutte le norme, i valori e le competenze di queste società prevalentemente orali, ma è pur sem¬pre composta da artisti che vi imprimono le proprie idee e ambi¬zioni, tentando non solo di rispondere alle aspettative del pubblico, ma di in¬fluenzarlo se possibile. D’altra parte, i canti sono tramandati in un poema che ha una propria coerenza, in cui, seppure confluiscono tante trame a tratti prive di collegamento, è possibile rin-venire una logica unitaria che attraversa tutta la narrazione, quella forse di colui o di coloro che hanno combinato questi materiali nella forma monu¬mentale che conosciamo. Sul piano metodologico, si tratta di osservare l’epica a partire dalle condizioni in cui viene composta e dalle osserva¬zioni e dai valori di chi la compone, senza dimenticarne la funzione so¬ciale di testo della memoria di quelle comunità riflesse nei canti e a cui si rivolgono gli aedi. Al primo capitolo, introduttivo sull’archeologia dei poemi, segue una riflessione sulle possibili ambizioni dei cantori di Omero, rico-struita soprattutto attraverso la rappresentazione che i cantori danno di loro stessi, prevalentemente nell’Odissea. Quindi, nel terzo capitolo, si traccia un quadro sintetico delle comunità di questo periodo, facendo riferimento alle condizioni materiali della vita riflesse nelle descri¬zioni dei contesti narrativi, nonché a quelle più propriamente giuridi¬che, relative alle regole di comportamento consuete. Nel quarto capi¬tolo, infine, si riprende l’analisi giuridica approfondendo le problema¬tiche che interessano il sistema vendicatorio, in stretta corrispondenza con i valori propri della cultura dell’onore, la quale permea l’intero universo simbolico delle comunità omeriche. Pur confermando le ipotesi precedenti sulla funzione di tale sistema quale dispositivo di controllo e trattamento dei conflitti, in vista del mantenimento della solidarietà sociale e del minor dispendio possibile del patrimonio delle vite, in questo caso il quadro è sostanzialmente mutato. Precisandola, dal punto di vista degli aedi, infatti, la rappresentazione della vendetta dei Laerziadi assume valenze che inducono a ricostruire secondo una strategia unitaria le ragioni di Odisseo e Telemaco, in linea con il pro-getto pedagogico impresso nei canti volto alla proposizione di modelli di comportamento da promuovere o da condannare. Più in generale, e prescindendo da quest’ultima parte in cui è oc-corsa una nuova analisi dei luoghi, le osservazioni nel merito specifico dei rilievi giuridici sono tratte dallo studio precedente, analizzato a suo tempo con la cautela filologica che si deve a questo testo, e a cui si rimanda sovente. Grazie al lavoro svolto per Il divenire dell’ordine, è infatti possibile fornire quadri più sintetici che consentano di discor¬rere di questa cultura comunitaria secondo le mutate prospettive elette, con l’opportunità di precisare alcuni passaggi, di restituire talune ipo¬tesi con maggiore chiarezza e incisività, nonché di segnalare nuova bibliografia di riferimento. Tornare su questi temi ci consente, infine, di dare spazio a una ri-flessione sul valore della composizione odissiaca che superi quello di testimonianza antropologica e storico-giuridica delle società della Grecia fino al VI secolo a.C., per trattare questi versi come una fonte in grado di restituire i nuclei concettuali all’origine del le¬game sociale, che sono stati l’asse portante di un sistema educativo della Grecia an-tica e riemergono in molte forme della cultura giuridica odierna.

CANTORI DI NOSTOI. Strutture giuridiche e politiche delle comunità omeriche

MITTICA, MARIA PAOLA
2007

Abstract

L’Odissea è flusso continuo. È un testo in movimento. Una storia che non si conclude, fatta di tante storie disposte a mutare a ogni nuovo racconto. Quando studiai per la prima volta la società rispecchiata nei canti, la osservai come una società in costante divenire. Il divenire dell’ordine. L’interazione normativa nella società omerica, titolo del libro dedicato a quella ricerca, discendeva dall’ipotesi che la giuridi¬cità trasposta nell’epica omerica riflettesse l’ordine sociale delle co¬munità greche della Dark Age. Un ordine che emergeva da norme consolidate, ma che si andava ulteriormente componendo nel tentativo di porre in essere nuovi equilibri, come era possibile osservare analiz¬zando le in-terazioni tra i vari per¬sonaggi. Il modello di comunità che ne derivò era più complesso di quanto fosse possibile ipotizzare appli¬cando le categorie della socio¬logia e dell’antropologia, classicamente ascritte all’analisi delle so¬cietà tradizionali. In particolare, la struttura giuridica di conflitti e di¬spute era riconducibile a un sistema che aveva ritualizzato la vendetta, rendendo il costo del sangue un prezzo sosti-tuibile da beni diversi dalla vita dell’offensore: merci o altre soluzioni, aventi la funzione fonda¬mentale di impedire le faide familiari e pre-servare il patrimonio delle vite, indispensabile per la sopravvivenza stessa della comunità e la saldezza del legame sociale. Ricchezza e potere, alimentate dalla vio¬lenza e dal carattere competitivo dei perso-naggi, apparivano, come in qualunque altra compagine sociale, antica e moderna, le principali cause di conflitto. Tuttavia, nonostante queste fossero considerate tra i segni distintivi dell’essere eroico, la cultura omerica alimentava i di¬spositivi del controllo sociale, con altri valori e qualità da collegare all’onore personale, più adeguati alla condivisione e alla possibile convivenza pacifica, di modo che nessun uomo, incline all’eccesso e avente come obiettivo primario l’affermazione personale, potesse prendere il sopravvento. Mi ero trovata, in breve, di fronte a una comunità raffinata a tutti i livelli: della struttura sociale, della dimensione giuridica in senso stretto e della gestione del potere. Sarebbe stato impossibile non tornare su questa fonte inesauribile di ricerca, soprattutto dopo aver sviluppato una metodologia di analisi del racconto, che ha dato frutti interessanti in una successiva lettura dell’Orestea di Eschilo. Il percorso che proponiamo in questa nuova indagine sulle comunità e sugli universi giuridici rappresentati nei poe-mi omerici, muove, quindi, da una diversa prospettiva, privile¬giando la possibilità di cogliere il punto di vista di coloro che li hanno composti. Tale ricerca si inscrive per concetti e metodo nel quadro della teo¬ria delle narrazioni giuridiche, a partire dal presupposto che la poesia come qualunque altra forma di narrazione possa provvedere, non sol¬tanto alla conservazione e alla trasmissione culturale, ma anche e so¬prattutto alla regolarizzazione di situazioni soggette alle continue crisi dell’ordine simbolico. In quanto strutturazione di nuove porzioni di senso, qualunque racconto, che abbia questa funzione definibile come “giuridica”, sarebbe utile a colmare le quote di indetermina¬tezza pre-senti nell’ordine sociale, offrendo combinazioni narrative ef¬ficaci per il mantenimento o la ricomposizione degli equilibri propri della con-vivenza. Per l’evidente capacità di conferire un ordine simbolico, le storie tramandate dall’epica si prestano quindi a essere osservate come rac-conti giuridici e i loro cantori come demiurghi di un’arte della combi-nazione che consente di costruire nuove strutture di senso, servendosi di mate¬riali narrativi propri della cultura e della memoria comune. La compo¬sizione svolge la funzione di archivio e di restituzione di tutte le norme, i valori e le competenze di queste società prevalentemente orali, ma è pur sem¬pre composta da artisti che vi imprimono le proprie idee e ambi¬zioni, tentando non solo di rispondere alle aspettative del pubblico, ma di in¬fluenzarlo se possibile. D’altra parte, i canti sono tramandati in un poema che ha una propria coerenza, in cui, seppure confluiscono tante trame a tratti prive di collegamento, è possibile rin-venire una logica unitaria che attraversa tutta la narrazione, quella forse di colui o di coloro che hanno combinato questi materiali nella forma monu¬mentale che conosciamo. Sul piano metodologico, si tratta di osservare l’epica a partire dalle condizioni in cui viene composta e dalle osserva¬zioni e dai valori di chi la compone, senza dimenticarne la funzione so¬ciale di testo della memoria di quelle comunità riflesse nei canti e a cui si rivolgono gli aedi. Al primo capitolo, introduttivo sull’archeologia dei poemi, segue una riflessione sulle possibili ambizioni dei cantori di Omero, rico-struita soprattutto attraverso la rappresentazione che i cantori danno di loro stessi, prevalentemente nell’Odissea. Quindi, nel terzo capitolo, si traccia un quadro sintetico delle comunità di questo periodo, facendo riferimento alle condizioni materiali della vita riflesse nelle descri¬zioni dei contesti narrativi, nonché a quelle più propriamente giuridi¬che, relative alle regole di comportamento consuete. Nel quarto capi¬tolo, infine, si riprende l’analisi giuridica approfondendo le problema¬tiche che interessano il sistema vendicatorio, in stretta corrispondenza con i valori propri della cultura dell’onore, la quale permea l’intero universo simbolico delle comunità omeriche. Pur confermando le ipotesi precedenti sulla funzione di tale sistema quale dispositivo di controllo e trattamento dei conflitti, in vista del mantenimento della solidarietà sociale e del minor dispendio possibile del patrimonio delle vite, in questo caso il quadro è sostanzialmente mutato. Precisandola, dal punto di vista degli aedi, infatti, la rappresentazione della vendetta dei Laerziadi assume valenze che inducono a ricostruire secondo una strategia unitaria le ragioni di Odisseo e Telemaco, in linea con il pro-getto pedagogico impresso nei canti volto alla proposizione di modelli di comportamento da promuovere o da condannare. Più in generale, e prescindendo da quest’ultima parte in cui è oc-corsa una nuova analisi dei luoghi, le osservazioni nel merito specifico dei rilievi giuridici sono tratte dallo studio precedente, analizzato a suo tempo con la cautela filologica che si deve a questo testo, e a cui si rimanda sovente. Grazie al lavoro svolto per Il divenire dell’ordine, è infatti possibile fornire quadri più sintetici che consentano di discor¬rere di questa cultura comunitaria secondo le mutate prospettive elette, con l’opportunità di precisare alcuni passaggi, di restituire talune ipo¬tesi con maggiore chiarezza e incisività, nonché di segnalare nuova bibliografia di riferimento. Tornare su questi temi ci consente, infine, di dare spazio a una ri-flessione sul valore della composizione odissiaca che superi quello di testimonianza antropologica e storico-giuridica delle società della Grecia fino al VI secolo a.C., per trattare questi versi come una fonte in grado di restituire i nuclei concettuali all’origine del le¬game sociale, che sono stati l’asse portante di un sistema educativo della Grecia an-tica e riemergono in molte forme della cultura giuridica odierna.
8854809241
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2530598
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