Si comincia proprio dal cinema di un autore “scomodo” e controverso come Lars von Trier, dai suoi due film per eccellenza “americani”: Dogville e Manderlay: quasi una rivisitazione non molto tocquevilliana della Democrazia in America agli inizi del XXI secolo. Come una comunità che ha un altissimo senso etico di sé e s’ispira a generosi ideali umanitari si trasforma in un perfetto apparato totalitario di sfruttamento e persecuzione del “diverso” (Dogville). Come un genuino, coraggioso sforzo di liberazione e promozione della democrazia viene vanificato dall’incapacità di confrontarsi realisticamente con i bisogni umani, le fragilità umane e con i limiti stessi di una libertà intesa come imposizione dell’individualismo e della competizione (Manderlay). Come Bellei nota, non esiste forse una denuncia più efficace dell’“esportazione” della democrazia e della pretesa di imporre un modello normativo di comunità libera di quest’amaro dittico cinematografico, espressione di uno sguardo europeo consapevole dei propri fallimenti storici e della propria profonda patologia. Più legati appunto alla vecchia Europa e alle sue memorie rovinose sono il terzo e quarto capitolo, in cui Bellei si confronta con testi letterari la cui piena appartenenza alla dimensione filosofica non è lecito mettere in dubbio: Caligola di Camus e Infanzia di un capo di Sartre. Denuncia radicale del potere nella sua follia omicida, il primo, ma anche rivelazione del nesso inquietante e non facilmente esorcizzabile che esiste tra la violenza del potere e l’insopportabile solitudine dell’uomo di fronte al dolore e alla morte. Rigorosa e clinicamente precisa diagnosi, il secondo, della tendenza tutt’altro che esaurita a dare senso e contenuto a identità personali e collettive disorientate e vuote mediante la creazione di meccanismi persecutori di proiezione dell’odio e della paura: forse, aggiungerei, il testo più profondo mai scritto sull’“antisemitismo” e sulle voragini identitarie di cui esso è maschera. Se questi sono i quattro riferimenti dialogici principali tramite cui Bellei conduce il suo sforzo di critica filosofico-politica della contemporaneità, non per questo manca il rapporto con i classici, esplicito o talvolta implicito (Platone, Hobbes, Rousseau), e con dimensioni tra le più innovative teoreticamente del pensiero contemporaneo (Canetti, Girard).

La Comunità Nuda. Il Politico tra libertà e sopravvivenza

BELLEI, CRISTIANO MARIA
2012-01-01

Abstract

Si comincia proprio dal cinema di un autore “scomodo” e controverso come Lars von Trier, dai suoi due film per eccellenza “americani”: Dogville e Manderlay: quasi una rivisitazione non molto tocquevilliana della Democrazia in America agli inizi del XXI secolo. Come una comunità che ha un altissimo senso etico di sé e s’ispira a generosi ideali umanitari si trasforma in un perfetto apparato totalitario di sfruttamento e persecuzione del “diverso” (Dogville). Come un genuino, coraggioso sforzo di liberazione e promozione della democrazia viene vanificato dall’incapacità di confrontarsi realisticamente con i bisogni umani, le fragilità umane e con i limiti stessi di una libertà intesa come imposizione dell’individualismo e della competizione (Manderlay). Come Bellei nota, non esiste forse una denuncia più efficace dell’“esportazione” della democrazia e della pretesa di imporre un modello normativo di comunità libera di quest’amaro dittico cinematografico, espressione di uno sguardo europeo consapevole dei propri fallimenti storici e della propria profonda patologia. Più legati appunto alla vecchia Europa e alle sue memorie rovinose sono il terzo e quarto capitolo, in cui Bellei si confronta con testi letterari la cui piena appartenenza alla dimensione filosofica non è lecito mettere in dubbio: Caligola di Camus e Infanzia di un capo di Sartre. Denuncia radicale del potere nella sua follia omicida, il primo, ma anche rivelazione del nesso inquietante e non facilmente esorcizzabile che esiste tra la violenza del potere e l’insopportabile solitudine dell’uomo di fronte al dolore e alla morte. Rigorosa e clinicamente precisa diagnosi, il secondo, della tendenza tutt’altro che esaurita a dare senso e contenuto a identità personali e collettive disorientate e vuote mediante la creazione di meccanismi persecutori di proiezione dell’odio e della paura: forse, aggiungerei, il testo più profondo mai scritto sull’“antisemitismo” e sulle voragini identitarie di cui esso è maschera. Se questi sono i quattro riferimenti dialogici principali tramite cui Bellei conduce il suo sforzo di critica filosofico-politica della contemporaneità, non per questo manca il rapporto con i classici, esplicito o talvolta implicito (Platone, Hobbes, Rousseau), e con dimensioni tra le più innovative teoreticamente del pensiero contemporaneo (Canetti, Girard).
9788896378748
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2534647
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