Negli apparati plautini si incontra frequentemente il nome di Camerarius, nome latinizzato di Joachin Kammermeister, autore di quella che può considerarsi l’edizione delle venti commedie più importante del Cinquecento, uscita a Basilea nel 1552 e la cui rilevanza sta nel fatto di basarsi per la prima volta su due codici fondamentali della tradizione del Sarsinate, riscoperti proprio dallo studioso tedesco: il Pal. lat. 1615, conosciuto come B e altrimenti detto vetus codex Camerarii, contenente il corpus plautino completo, e il Pal. lat. 1613, ovvero C, l’alter codex Camerarii, con solo le ‘seconde dodici’. Entrambi i codici presentano in tutte le commedie numerose tracce materiali di mano moderna facilmente riconoscibili rispetto a quelle medioevali: in genere si tratta di sottolineature dall’inchiostro molto scuro e dal tratto spesso; in caso di interventi di altro tipo si nota una grafia cinquecentesca molto corsiva, più posata invece nelle indicazioni usate per segnalare la divisione in atti e in scene: il loro riscontro con interventi del Camerario nella sua edizione ne confermerebbe la paternità. Il presente contributo si propone di illustrare il modus operandi e il lavoro di controllo e di riflessione dell’umanista sui manoscritti B e C, limitatamente alla commedia Rudens, nel tentativo di entrare nello studio del filologo per ricostruire il suo tavolo di studio in vista dell’edizione plautina.

Il Camerario e la Rudens: tracce ‘materiali’ del lavoro nei codici plautini B e C

Giorgia Bandini
2014-01-01

Abstract

Negli apparati plautini si incontra frequentemente il nome di Camerarius, nome latinizzato di Joachin Kammermeister, autore di quella che può considerarsi l’edizione delle venti commedie più importante del Cinquecento, uscita a Basilea nel 1552 e la cui rilevanza sta nel fatto di basarsi per la prima volta su due codici fondamentali della tradizione del Sarsinate, riscoperti proprio dallo studioso tedesco: il Pal. lat. 1615, conosciuto come B e altrimenti detto vetus codex Camerarii, contenente il corpus plautino completo, e il Pal. lat. 1613, ovvero C, l’alter codex Camerarii, con solo le ‘seconde dodici’. Entrambi i codici presentano in tutte le commedie numerose tracce materiali di mano moderna facilmente riconoscibili rispetto a quelle medioevali: in genere si tratta di sottolineature dall’inchiostro molto scuro e dal tratto spesso; in caso di interventi di altro tipo si nota una grafia cinquecentesca molto corsiva, più posata invece nelle indicazioni usate per segnalare la divisione in atti e in scene: il loro riscontro con interventi del Camerario nella sua edizione ne confermerebbe la paternità. Il presente contributo si propone di illustrare il modus operandi e il lavoro di controllo e di riflessione dell’umanista sui manoscritti B e C, limitatamente alla commedia Rudens, nel tentativo di entrare nello studio del filologo per ricostruire il suo tavolo di studio in vista dell’edizione plautina.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2657601
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