Il libro è un'indagine sulla natura del comando. E sul rapporto che congiunge e separa il comando dall'origine. Il suo presupposto ermeneutico è che il potere non sia definito soltanto dalla sua capacità di farsi obbedire, ma innanzitutto dalla sua capacità di comandare. La precomprensione è che un potere non cade quando non è più o non è più integralmente obbedito, ma quando cessa di dare ordini. Di qui l'urgenza e la necessità di una ricerca che interrogasse non solo le ragioni dell'ubbidienza, dell'obbligazione politica, ma anche e innanzitutto quelle del comando, che seguisse l'intera traiettoria di pensiero che conduce dalla sua origine alla propria fine. L'itinerario di pensiero che attende il lettore attraversa i mondi dell'arte, della letteratura, della teologia. In ognuno di essi la filosofia, vera anima della ricerca, è impegnata a far emergere la trama invisibile di immaginazione e politica che annoda il comando alla sua origine e alla sua fine. Si parte con Carpaccio. L'indagine è di natura iconologica. Intreccia Warburg e Benjamin. Cerca corrispondenze simboliche con le figure dei "teleri", da "San Giorgio che combatte con il drago" alla "Visione di Sant'Agostino", da "Il sogno di Sant'Orsola" a "Le due cortigiane". Ma è come se fosse l'intera pittura di Carpaccio ad esigere, al pari di un'immagine in stato di arresto, di essere pensata oltre se stessa. L'arte del maestro veneziano comunica con la gaia scienza di Michel Serres, una delle rare filosofie del nostro tempo che si presenta in forma di viaggio, orientata dai gesti furtivi di Hermes, il dio degli incroci e delle circostanze. Ecco l'estetica dispiegarsi in una topologia. E la topologia in una politica. Il libro risale dalla fondazione violenta della città, che non cessa di aver luogo, al mistero dell'origine, dell’origine che sta nel fiume del divenire come un vortice, dove la parola reca all'immagine quel che l'immagine custodisce della parola. Ma è Venezia che incontra, l'epifania del suo mito politico declinare lungo la modernità europea a seguire. L'autore ascolta le voci dei tanti che hanno raccontato la storia della città di San Marco, da Guicciardini a Machiavelli, da Bodin a Paolo Sarpi, da Rousseau a Foscolo e a Ippolito Nievo, che ne "Le confessioni di un italiano" ha lasciato un’immagine impareggiabile della sua fine. Il pensiero che giunge dall'estremo possibile riguarda ancora le immagini di Carpaccio: sono loro, ancor più di quelle di Tiziano di Tintoretto o di Tiepolo, a riflettere anzitempo il dileguarsi del comando della politica, quasi la profana coralità dell’insieme pre-vedesse la futura seduta del Maggior Consiglio, in cui seguendo il suggerimento del Doge, la città voterà in fretta, quasi con impazienza, la propria estinzione consegnando la Repubblica a Bonaparte. Il libro lascia Venezia per imbarcarsi in mare aperto; la rotta di immaginazione e politica attraversa gli oceani. La caccia delle immagini si trasfigura nella storia di un antagonismo puro tra una balena bianca e un capitano dall'umore nero. "Moby Dick" di Hermann Melville nella traduzione necessaria di Cesare Pavese. Achab e il suo nemico, una coppia di inseparabili, come la volontà e la costruzione di un destino, dove l'annientamento del comando davanti al sacro mistero del male resta l'unica forma di comunione possibile. Uno stato di natura si insedia dove l’ordine del potere è colto e sopraffatto dalla propria vertigine. La caccia alla balena bianca diviene ossessiva, è l'inquietante, la paura ascende agli estremi, il terrore bussa alla porta della politica. L'immaginazione si espone ai propri limiti, il sublime dinamico della natura (Burke e Kant) è afferrato da un desiderio di mostro. Il simbolo si ritira in se stesso. Lungo la deriva del testo, la filosofia del comando accede ad una analisi della sua forma linguistica. Essa si spinge, o è portata, dalla lingua in generale fino al suo principio di creazione, e da lì ridiscende per "li rami", verso la lingua degli uomini, per interrogare, questa volta, le opinioni dei mortali circa il mistero di iniquità e il regno delle tenebre che si allunga dal "Leviatano" a "La democrazia in America". Dopo Hobbes e Tocqueville, Carl Schmitt e il suo "Nomos della terra" convengono per giudicare dello stato della democrazia politica. C'è che alla fine del comando la speranza riposa nella testa svanita della giustizia, come cenere lieve del vissuto quando l'ardore del fuoco si spegne. La parola è ancora sommersa d'acqua ma cerca qualcuno che la guidi in un qualche porticello di sassi. È a terra che si attende il passaggio dell'ultimo dio. Non di meno il libro ascenderà di nuovo in vertici e precipiterà ancora una volta in abissi. Sarà la reciproca follia di fede e sapere, di teologia e filosofia, di cui parla Paolo di Tarso, a rivelare il volto della vera politica dopo che il viaggio oceanico è giunto al termine della notte del mondo. L'autore legge la filosofia politica di Hedegger alla luce della meditazione insonne di Italo Mancini come la cosa penultima di un mondo ormai diventato adulto. Dove l'esserci per la morte si dischiude alla più alta possibilità della salvezza. Il comando è restituito alla parola dell'origine, e l'origine trascina nel proprio ritmo il cammino di un popolo che non è più sostanza né soggetto. Ma l'altro inizio del pensiero. Soltanto allora l'essere presso di una comunità di destino potrà abbandonarsi all'essere con dell'antico cuore della gente oppressa. Il mito politico interrompersi nella storia. E l'ethos dell'Occidente aprire la propria dimora alla forza del carattere, le proprie abitudini ai costumi degli altri, l'ordine del suo potere alla legge della giustizia. E con esso la volontà di potenza che lo afferra alla compresenza dei vivi e dei morti che lo lascia essere, la filosofia ai doppi pensieri, la politica alla libertà che nulla teme. La metodologia seguita incrocia la filosofia politica con l'iconologia politica, la simbolica politica e la teologia politica.

Abissi e Vertici. Della fine del comando

domenico scalzo
2018-01-01

Abstract

Il libro è un'indagine sulla natura del comando. E sul rapporto che congiunge e separa il comando dall'origine. Il suo presupposto ermeneutico è che il potere non sia definito soltanto dalla sua capacità di farsi obbedire, ma innanzitutto dalla sua capacità di comandare. La precomprensione è che un potere non cade quando non è più o non è più integralmente obbedito, ma quando cessa di dare ordini. Di qui l'urgenza e la necessità di una ricerca che interrogasse non solo le ragioni dell'ubbidienza, dell'obbligazione politica, ma anche e innanzitutto quelle del comando, che seguisse l'intera traiettoria di pensiero che conduce dalla sua origine alla propria fine. L'itinerario di pensiero che attende il lettore attraversa i mondi dell'arte, della letteratura, della teologia. In ognuno di essi la filosofia, vera anima della ricerca, è impegnata a far emergere la trama invisibile di immaginazione e politica che annoda il comando alla sua origine e alla sua fine. Si parte con Carpaccio. L'indagine è di natura iconologica. Intreccia Warburg e Benjamin. Cerca corrispondenze simboliche con le figure dei "teleri", da "San Giorgio che combatte con il drago" alla "Visione di Sant'Agostino", da "Il sogno di Sant'Orsola" a "Le due cortigiane". Ma è come se fosse l'intera pittura di Carpaccio ad esigere, al pari di un'immagine in stato di arresto, di essere pensata oltre se stessa. L'arte del maestro veneziano comunica con la gaia scienza di Michel Serres, una delle rare filosofie del nostro tempo che si presenta in forma di viaggio, orientata dai gesti furtivi di Hermes, il dio degli incroci e delle circostanze. Ecco l'estetica dispiegarsi in una topologia. E la topologia in una politica. Il libro risale dalla fondazione violenta della città, che non cessa di aver luogo, al mistero dell'origine, dell’origine che sta nel fiume del divenire come un vortice, dove la parola reca all'immagine quel che l'immagine custodisce della parola. Ma è Venezia che incontra, l'epifania del suo mito politico declinare lungo la modernità europea a seguire. L'autore ascolta le voci dei tanti che hanno raccontato la storia della città di San Marco, da Guicciardini a Machiavelli, da Bodin a Paolo Sarpi, da Rousseau a Foscolo e a Ippolito Nievo, che ne "Le confessioni di un italiano" ha lasciato un’immagine impareggiabile della sua fine. Il pensiero che giunge dall'estremo possibile riguarda ancora le immagini di Carpaccio: sono loro, ancor più di quelle di Tiziano di Tintoretto o di Tiepolo, a riflettere anzitempo il dileguarsi del comando della politica, quasi la profana coralità dell’insieme pre-vedesse la futura seduta del Maggior Consiglio, in cui seguendo il suggerimento del Doge, la città voterà in fretta, quasi con impazienza, la propria estinzione consegnando la Repubblica a Bonaparte. Il libro lascia Venezia per imbarcarsi in mare aperto; la rotta di immaginazione e politica attraversa gli oceani. La caccia delle immagini si trasfigura nella storia di un antagonismo puro tra una balena bianca e un capitano dall'umore nero. "Moby Dick" di Hermann Melville nella traduzione necessaria di Cesare Pavese. Achab e il suo nemico, una coppia di inseparabili, come la volontà e la costruzione di un destino, dove l'annientamento del comando davanti al sacro mistero del male resta l'unica forma di comunione possibile. Uno stato di natura si insedia dove l’ordine del potere è colto e sopraffatto dalla propria vertigine. La caccia alla balena bianca diviene ossessiva, è l'inquietante, la paura ascende agli estremi, il terrore bussa alla porta della politica. L'immaginazione si espone ai propri limiti, il sublime dinamico della natura (Burke e Kant) è afferrato da un desiderio di mostro. Il simbolo si ritira in se stesso. Lungo la deriva del testo, la filosofia del comando accede ad una analisi della sua forma linguistica. Essa si spinge, o è portata, dalla lingua in generale fino al suo principio di creazione, e da lì ridiscende per "li rami", verso la lingua degli uomini, per interrogare, questa volta, le opinioni dei mortali circa il mistero di iniquità e il regno delle tenebre che si allunga dal "Leviatano" a "La democrazia in America". Dopo Hobbes e Tocqueville, Carl Schmitt e il suo "Nomos della terra" convengono per giudicare dello stato della democrazia politica. C'è che alla fine del comando la speranza riposa nella testa svanita della giustizia, come cenere lieve del vissuto quando l'ardore del fuoco si spegne. La parola è ancora sommersa d'acqua ma cerca qualcuno che la guidi in un qualche porticello di sassi. È a terra che si attende il passaggio dell'ultimo dio. Non di meno il libro ascenderà di nuovo in vertici e precipiterà ancora una volta in abissi. Sarà la reciproca follia di fede e sapere, di teologia e filosofia, di cui parla Paolo di Tarso, a rivelare il volto della vera politica dopo che il viaggio oceanico è giunto al termine della notte del mondo. L'autore legge la filosofia politica di Hedegger alla luce della meditazione insonne di Italo Mancini come la cosa penultima di un mondo ormai diventato adulto. Dove l'esserci per la morte si dischiude alla più alta possibilità della salvezza. Il comando è restituito alla parola dell'origine, e l'origine trascina nel proprio ritmo il cammino di un popolo che non è più sostanza né soggetto. Ma l'altro inizio del pensiero. Soltanto allora l'essere presso di una comunità di destino potrà abbandonarsi all'essere con dell'antico cuore della gente oppressa. Il mito politico interrompersi nella storia. E l'ethos dell'Occidente aprire la propria dimora alla forza del carattere, le proprie abitudini ai costumi degli altri, l'ordine del suo potere alla legge della giustizia. E con esso la volontà di potenza che lo afferra alla compresenza dei vivi e dei morti che lo lascia essere, la filosofia ai doppi pensieri, la politica alla libertà che nulla teme. La metodologia seguita incrocia la filosofia politica con l'iconologia politica, la simbolica politica e la teologia politica.
978-88-89731-31-4
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2663851
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