L’articolo confronta il panegirico di Plinio a Traiano pronunciato in occasione della sua nomina a console nell’anno 100 d.C. col “panegirico di Plinio a Traiano” ricostruito dalla penna infervorata di Vittorio Alfieri negli anni fra il 1790 e il 1803. Gli impeti eroici dell’Alfieri, e il diverso anelito, e le altisonanti esortazioni a quel grande imperatore perché abbandoni l’odiosa concentrazione del potere che nelle sue mani ha consegnato la storia (Trajano sa, e vede, che il potere uno più di tutti, senza che tutti, ove egli ingiustamente voglia, contra quell’uno difender si possano, ella è cosa contraria al retto, alla felicità, al buon ordine, alla natura), e le speranze per un futuro potere illuminato (ma già disilluse in partenza) non impediscono di riscoprire le realtà del testo latino, di pesare le derivazioni di pensiero, le suggestioni che alla mente infuocata del poeta settecentesco potevano creare le reali vicende romane, l’adozione da parte di Nerva, il significato della libertas restituta (che appare però una libertà imposta dallo stesso principe: Te vero securi et alacres quo vocas sequimur. Iubes esse liberos: erimus; iubes quae sentimus promere in medium: proferemus = «Senza timori e pieni di zelo noi ti seguiamo dove ci chiami. Ci comandi di essere liberi: lo saremo; ci comandi di dire pubblicamente ciò che pensiamo: lo diremo», paneg. 66,3-4), il valore dei rapporti fra imperatore e senato, fino alla figurazione di un principe che si fa privato e viceversa del privato che assurge all’altezza del principe (ancorché sia tutta teoria) che è ugualmente espressa nel Panegirico. E all’occasione si scoprono momenti particolari della vita e della “giustizia” di Traiano: primo fra tutti il processo a Mario Prisco, il proconsole d'Africa verosimilmente negli anni 98-99, condannato nel 100 per estorsione, in un processo in cui Plinio il Giovane e Tacito sostennero l'accusa.

Il nuovo Traiano illuminista di Vittorio Alfieri

GIOMARO A. M.
2018

Abstract

L’articolo confronta il panegirico di Plinio a Traiano pronunciato in occasione della sua nomina a console nell’anno 100 d.C. col “panegirico di Plinio a Traiano” ricostruito dalla penna infervorata di Vittorio Alfieri negli anni fra il 1790 e il 1803. Gli impeti eroici dell’Alfieri, e il diverso anelito, e le altisonanti esortazioni a quel grande imperatore perché abbandoni l’odiosa concentrazione del potere che nelle sue mani ha consegnato la storia (Trajano sa, e vede, che il potere uno più di tutti, senza che tutti, ove egli ingiustamente voglia, contra quell’uno difender si possano, ella è cosa contraria al retto, alla felicità, al buon ordine, alla natura), e le speranze per un futuro potere illuminato (ma già disilluse in partenza) non impediscono di riscoprire le realtà del testo latino, di pesare le derivazioni di pensiero, le suggestioni che alla mente infuocata del poeta settecentesco potevano creare le reali vicende romane, l’adozione da parte di Nerva, il significato della libertas restituta (che appare però una libertà imposta dallo stesso principe: Te vero securi et alacres quo vocas sequimur. Iubes esse liberos: erimus; iubes quae sentimus promere in medium: proferemus = «Senza timori e pieni di zelo noi ti seguiamo dove ci chiami. Ci comandi di essere liberi: lo saremo; ci comandi di dire pubblicamente ciò che pensiamo: lo diremo», paneg. 66,3-4), il valore dei rapporti fra imperatore e senato, fino alla figurazione di un principe che si fa privato e viceversa del privato che assurge all’altezza del principe (ancorché sia tutta teoria) che è ugualmente espressa nel Panegirico. E all’occasione si scoprono momenti particolari della vita e della “giustizia” di Traiano: primo fra tutti il processo a Mario Prisco, il proconsole d'Africa verosimilmente negli anni 98-99, condannato nel 100 per estorsione, in un processo in cui Plinio il Giovane e Tacito sostennero l'accusa.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2665571
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