L’esaurimento del marxismo – e cioè il venir meno di una visione del mondo che, anche nella sua versione riformista e non leninista, era fondata sulla critica razionale, dialettica e scientifica della società capitalistica e dei rapporti di produzione e veniva trascritta in un progetto politico complessivo e inclusivo di emancipazione e trasformazione universale – ha provocato così pian piano un riallineamento di tutte queste forme di coscienza nell’ambito dell’egemonia liberale, la quale funziona come una meta-visione del mondo condivisa e indiscussa e dà oggi soddisfazione a tutti i bisogni ideologici, da quelli soggettivamente più progressivi (ai quali dà risposta il dirittumanismo astratto liberaldemocratico) a quelli più nostalgici e desiderosi di rassicurazione e ordine (populismo e sovranismo liberalconservatori). Tra i suoi effetti deleteri, come residuo della critica “pluralistica” del pensiero sistematico totalizzante, questa catastrofe culturale ha però alla lunga involontariamente rinsaldato anche la naturale e assai cospicua propensione umana al pensiero magico e alle più improbabili bizzarrie e cioè al feticismo; una propensione che è anch’essa connessa all’affermazione dello stile populista e che è trasversale a tutte le classi e a tutti i livelli di scolarizzazione come a tutti gli orientamenti ideologici particolari. È una considerazione che vale infatti anzitutto per i fanatici dello scientismo positivista. Ma è una considerazione che vale purtroppo anche per quelle posizioni critiche che – già all’atto della loro genesi poco interessate a una valutazione dei rapporti di forza, più attente all’attimo che alle processualità storiche e spesso romanticamente convinte che la rivoluzione potesse giungere in ogni momento come il Giorno del Giudizio, senza che ne fossero maturate le condizioni e senza nessuna preparazione organizzativa e culturale di massa – si erano formate negli anni della contestazione e della controcultura, salvo poi essere travolte esse stesse nel vortice del postmodernismo.

“No Pass”: catastrofe culturale e revival del pensiero magico a sinistra

Azzara'
2021-01-01

Abstract

L’esaurimento del marxismo – e cioè il venir meno di una visione del mondo che, anche nella sua versione riformista e non leninista, era fondata sulla critica razionale, dialettica e scientifica della società capitalistica e dei rapporti di produzione e veniva trascritta in un progetto politico complessivo e inclusivo di emancipazione e trasformazione universale – ha provocato così pian piano un riallineamento di tutte queste forme di coscienza nell’ambito dell’egemonia liberale, la quale funziona come una meta-visione del mondo condivisa e indiscussa e dà oggi soddisfazione a tutti i bisogni ideologici, da quelli soggettivamente più progressivi (ai quali dà risposta il dirittumanismo astratto liberaldemocratico) a quelli più nostalgici e desiderosi di rassicurazione e ordine (populismo e sovranismo liberalconservatori). Tra i suoi effetti deleteri, come residuo della critica “pluralistica” del pensiero sistematico totalizzante, questa catastrofe culturale ha però alla lunga involontariamente rinsaldato anche la naturale e assai cospicua propensione umana al pensiero magico e alle più improbabili bizzarrie e cioè al feticismo; una propensione che è anch’essa connessa all’affermazione dello stile populista e che è trasversale a tutte le classi e a tutti i livelli di scolarizzazione come a tutti gli orientamenti ideologici particolari. È una considerazione che vale infatti anzitutto per i fanatici dello scientismo positivista. Ma è una considerazione che vale purtroppo anche per quelle posizioni critiche che – già all’atto della loro genesi poco interessate a una valutazione dei rapporti di forza, più attente all’attimo che alle processualità storiche e spesso romanticamente convinte che la rivoluzione potesse giungere in ogni momento come il Giorno del Giudizio, senza che ne fossero maturate le condizioni e senza nessuna preparazione organizzativa e culturale di massa – si erano formate negli anni della contestazione e della controcultura, salvo poi essere travolte esse stesse nel vortice del postmodernismo.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2691872
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