La capacità di produrre e decodificare segni grafico-visivi densi e stratificati determina la possibilità di produrre rappresentazioni e auto-rappresentazioni, influenzare risposte e comportamenti. Tale capacità non è una prerogativa dei progettisti. A partire dagli anni Sessanta, numerose ricerche negli ambiti del design della comunicazione così come del design di prodotto o dell’architettura, hanno sottolineato il valore del design anonimo e delle produzioni amatoriali, proponendo il recupero di tali esperienze da parte del design professionale e aprendo un discorso critico che i fenomeni e le accelerazioni della contemporaneità rendono quantomai attuale. Siamo oggi a un ribaltamento di prospettiva che ci interroga in merito a ciò che il design può fare; uno scetticismo che riguarda in particolar modo proprio quelle circostanze in cui il design si propone una funzione sociale, che si tratti di fornire strumenti tecnici e informativi per migliorare le condizioni di vita o di produrre cambiamento sul piano culturale e politico. Questo scetticismo sottende la messa in discussione fondamentale del design funzionalista che può essere sintetizzata nel paradigma del problem-solving. A questo viene sostituita ora una visione in cui il design è inteso quale strumento di problem-setting, capace di evidenziare e strutturare problemi complessi, ora una visione dello stesso come mera manifestazione culturale in cui la pianificazione progettuale lascia il posto a inevitabilità e inerzia. Questo testo si propone di ripartire dalla natura scrittoria del design grafico per considerane la valenza sociale e politica nella consapevolezza dell’impossibilità di un approccio funzionalista e universalista, così come di una visione critica di stampo ideologico, andando a riconsiderare come il segno significa rispetto alle identità, ai contesti e agli immaginari.
“Scrivere o no”. Un approccio all'insegnamento della grafica tra identità, contesto e immaginario.
Jonathan Pierini
Writing – Original Draft Preparation
;
2025
Abstract
La capacità di produrre e decodificare segni grafico-visivi densi e stratificati determina la possibilità di produrre rappresentazioni e auto-rappresentazioni, influenzare risposte e comportamenti. Tale capacità non è una prerogativa dei progettisti. A partire dagli anni Sessanta, numerose ricerche negli ambiti del design della comunicazione così come del design di prodotto o dell’architettura, hanno sottolineato il valore del design anonimo e delle produzioni amatoriali, proponendo il recupero di tali esperienze da parte del design professionale e aprendo un discorso critico che i fenomeni e le accelerazioni della contemporaneità rendono quantomai attuale. Siamo oggi a un ribaltamento di prospettiva che ci interroga in merito a ciò che il design può fare; uno scetticismo che riguarda in particolar modo proprio quelle circostanze in cui il design si propone una funzione sociale, che si tratti di fornire strumenti tecnici e informativi per migliorare le condizioni di vita o di produrre cambiamento sul piano culturale e politico. Questo scetticismo sottende la messa in discussione fondamentale del design funzionalista che può essere sintetizzata nel paradigma del problem-solving. A questo viene sostituita ora una visione in cui il design è inteso quale strumento di problem-setting, capace di evidenziare e strutturare problemi complessi, ora una visione dello stesso come mera manifestazione culturale in cui la pianificazione progettuale lascia il posto a inevitabilità e inerzia. Questo testo si propone di ripartire dalla natura scrittoria del design grafico per considerane la valenza sociale e politica nella consapevolezza dell’impossibilità di un approccio funzionalista e universalista, così come di una visione critica di stampo ideologico, andando a riconsiderare come il segno significa rispetto alle identità, ai contesti e agli immaginari.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


