Uno dei modi più frequenti di produrre il silenzio, nella comunicazione, è sfruttando la stratificazione dei linguaggi (Hjelmslev 1954), la loro natura a pastasfoglia non solo nelle relazioni che legano piano del contenuto e piano dell’espressione, ma internamente a ciascuno dei piani, fra i livelli più profondi e immanenti del senso e quelli più di superficie e manifesti. In particolare, per intenzionalità e programmi narrativi diversi, che vanno dal volere svalutare l’altro, mettendolo a tacere, al valorizzare viceversa processi di significazione passibili di dimenticanza, tornando a custodirli, si ricorre alla possibilità di coprire la traccia. Anche nei turni di parola il silenzio interviene come sovraenunciazione consensuale o conflittuale del discorso proprio o altrui, con gli ipotesti orali e scritti che ne derivano. Si fa leva sul piano dell’espressione, che risulta carico di segni del silenziare, dell’essere silenziati e di ciò che è silenziato. Questo articolo è un’indagine semiotica della cancellatura come tattica del silenzio. Osserveremo le alterazioni della superficie in tal senso, con le assiologie che le determinano. E distingueremo i silenzi aprenti, euforici, iniziatici della pausa preziosa e della risemantizzazione, dai silenzi chiudenti, terminativi e disforici, che richiedono attori terzi per essere infranti. Accanto alla poetica di Emilio Isgrò, maestro della cancellatura nel primo senso del silenzio individuato per questa pratica, due testi esemplari permetteranno di cogliere le due vie della cancellatura e del silenzio: l’installazione Personal accounts (2024) di Gabrielle Goliath e la serie Terezín (1965) di Giorgio Celiberti.

Il silenzio per cancellatura

Tiziana Migliore
2026

Abstract

Uno dei modi più frequenti di produrre il silenzio, nella comunicazione, è sfruttando la stratificazione dei linguaggi (Hjelmslev 1954), la loro natura a pastasfoglia non solo nelle relazioni che legano piano del contenuto e piano dell’espressione, ma internamente a ciascuno dei piani, fra i livelli più profondi e immanenti del senso e quelli più di superficie e manifesti. In particolare, per intenzionalità e programmi narrativi diversi, che vanno dal volere svalutare l’altro, mettendolo a tacere, al valorizzare viceversa processi di significazione passibili di dimenticanza, tornando a custodirli, si ricorre alla possibilità di coprire la traccia. Anche nei turni di parola il silenzio interviene come sovraenunciazione consensuale o conflittuale del discorso proprio o altrui, con gli ipotesti orali e scritti che ne derivano. Si fa leva sul piano dell’espressione, che risulta carico di segni del silenziare, dell’essere silenziati e di ciò che è silenziato. Questo articolo è un’indagine semiotica della cancellatura come tattica del silenzio. Osserveremo le alterazioni della superficie in tal senso, con le assiologie che le determinano. E distingueremo i silenzi aprenti, euforici, iniziatici della pausa preziosa e della risemantizzazione, dai silenzi chiudenti, terminativi e disforici, che richiedono attori terzi per essere infranti. Accanto alla poetica di Emilio Isgrò, maestro della cancellatura nel primo senso del silenzio individuato per questa pratica, due testi esemplari permetteranno di cogliere le due vie della cancellatura e del silenzio: l’installazione Personal accounts (2024) di Gabrielle Goliath e la serie Terezín (1965) di Giorgio Celiberti.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11576/2773491
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