Uno dei principali settori per cui il mondo guarda verso il nostro Paese con ammirazione è certamente quello agroalimentare. A testimoniare questo livello di impatto è l’alto numero degli italianismi gastronomici presenti nei repertori lessicali stranieri, come cappuccino, espresso, bruschetta, cannelloni, carpaccio, rucola, salame, risotto, tiramisù, voce, quest’ultima, documentata persino nel giapponese, nell’indonesiano, nel thai e nel laotiano; fino a spaghetti, parola attestata in italiano solo dall’Ottocento e oggi accolta in 54 lingue: la cucina italiana, insomma, conquista il mondo, e le parole che travalicano i confini nazionali sono sempre più numerose, seppur con frequenti storpiature. Un fenomeno di larghe dimensioni, che, nonostante abbia visto la sua acme nel XXI secolo, ha origine in tempi remoti: dal Cinquecento troviamo attestazioni in francese di maccarone (maccarons), contemporaneamente a lasagne e vermicelli, che nel Seicento fanno la loro prima apparizione in inglese, giungendo nel tedesco nell’Ottocento; e così il caciocavallo dell’area meridionale, che pare cominci a circolare in inglese dal 1663. Mentre, tra i casi di più recente circolazione estera, asiatica in particolar modo, si ricorda almeno il maritozzo di area romana. E se in cucina lo stile italiano all’estero è sinonimo di bontà e ricercatezza, i fatti linguistici ad esso legati sono sempre rivelatori di ragioni più profonde; così è per i cosiddetti pseudoitalianismi, ossia parole italiane per prodotti che non lo sono (pensiamo al Reggianito, al tuttifrutti e tanti altri), ma che mostrano un intenso apprezzamento verso l’italianità, intesa come sinonimo di qualità; all’opposto, deformazioni di termini italiani (uno per tutti, il famigerato Parmesan) sono sintomatici di fenomeni di deteriore e falsificante imitazione, dai complessi risvolti economici. Attraverso alcuni esempi scelti, l’intervento che si propone, dunque, mira a tracciare una panoramica sul fenomeno degli italianismi gastronomici, che non solo affonda le proprie radici nel prestigio culturale che nei secoli ha avuto il nostro Paese, ma anche nei flussi migratori che hanno interessato grandi masse della popolazione (e insieme di tradizioni, costumi e parole) oltreconfine.
Parole italiane del cibo: un viaggio intorno al mondo
Alba Monica;
2026
Abstract
Uno dei principali settori per cui il mondo guarda verso il nostro Paese con ammirazione è certamente quello agroalimentare. A testimoniare questo livello di impatto è l’alto numero degli italianismi gastronomici presenti nei repertori lessicali stranieri, come cappuccino, espresso, bruschetta, cannelloni, carpaccio, rucola, salame, risotto, tiramisù, voce, quest’ultima, documentata persino nel giapponese, nell’indonesiano, nel thai e nel laotiano; fino a spaghetti, parola attestata in italiano solo dall’Ottocento e oggi accolta in 54 lingue: la cucina italiana, insomma, conquista il mondo, e le parole che travalicano i confini nazionali sono sempre più numerose, seppur con frequenti storpiature. Un fenomeno di larghe dimensioni, che, nonostante abbia visto la sua acme nel XXI secolo, ha origine in tempi remoti: dal Cinquecento troviamo attestazioni in francese di maccarone (maccarons), contemporaneamente a lasagne e vermicelli, che nel Seicento fanno la loro prima apparizione in inglese, giungendo nel tedesco nell’Ottocento; e così il caciocavallo dell’area meridionale, che pare cominci a circolare in inglese dal 1663. Mentre, tra i casi di più recente circolazione estera, asiatica in particolar modo, si ricorda almeno il maritozzo di area romana. E se in cucina lo stile italiano all’estero è sinonimo di bontà e ricercatezza, i fatti linguistici ad esso legati sono sempre rivelatori di ragioni più profonde; così è per i cosiddetti pseudoitalianismi, ossia parole italiane per prodotti che non lo sono (pensiamo al Reggianito, al tuttifrutti e tanti altri), ma che mostrano un intenso apprezzamento verso l’italianità, intesa come sinonimo di qualità; all’opposto, deformazioni di termini italiani (uno per tutti, il famigerato Parmesan) sono sintomatici di fenomeni di deteriore e falsificante imitazione, dai complessi risvolti economici. Attraverso alcuni esempi scelti, l’intervento che si propone, dunque, mira a tracciare una panoramica sul fenomeno degli italianismi gastronomici, che non solo affonda le proprie radici nel prestigio culturale che nei secoli ha avuto il nostro Paese, ma anche nei flussi migratori che hanno interessato grandi masse della popolazione (e insieme di tradizioni, costumi e parole) oltreconfine.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


